Storie di italiani all’estero 

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italiani all'estero

di Stella Carnevali

pubblicato il 13 febbraio 2017 10:18:55

Sono nato in un piccolo paese calabrese, un paese di mare e di vino, povero ma dignitoso, da genitori modesti che però non mi hanno mai fatto mancare nulla.

Sono cresciuto in strada, tra erbe selvagge e campetti di calcio improvvisati ovunque; a giocare in mezzo a pilastri di cemento armato e a chiodi arrugginiti.

Ogni tanto l’ombra della ‘ndrangheta e dei suoi morti ammazzati per strada spuntavano dal buio ma per noi bambini quello era solo uno spettacolo a cui assistere gratis. Non avevamo paura: eravamo felici e ci sentivamo al sicuro.

La nostra estate iniziava a maggio e terminava a settembre con la vendemmia. Il mare e le nostre spiagge lunghissime, libere e selvagge, erano la cosa più bella che un bambino potesse desiderare. Avevamo ben poco ma vivevamo senza ne’ limiti ne’ costrizioni.

Da ragazzi poi sognavamo le ragazze del nord, bionde e alte, e le aspettavamo ogni estate per innamorarci perdutamente e per corteggiarle per settimane intere. A volte addirittura le baciavamo e ciò, bastava per un anno intero.

Il nostro era un mondo di sogni lussureggianti ma di realtà arrangiata. Passavamo le serate invernali a parlare per ore, a filosofeggiare, a raccontarci storie assurde e a immaginare quello che c’era lontano da noi.

Siamo cresciuti con l’attesa di partire, di andare via dal nostro luogo natio. Siamo nati già emigranti.

Ad ogni rientro dei nostri parenti, chiedevamo come fosse Milano o Varese, la Germania o la Svizzera ed ascoltavamo impietriti le loro storie fantastiche, immaginandoci mondi di ricchezze immani, di grandi opportunità e di donne statuarie; mondi che ci aspettavano e ci spettavano.

Partii 18enne per l’Università. Il treno mi portava a Milano in 14 ore, un viaggio di notte in condizioni infernali.

Milano è stata una città dura e fredda. Una città che mi ha rifiutato e che io per contro non ho amato. Pensavo a Roma e alle sue bellezze ed in confronto la vedevo brutta, con abitanti strani e distanti. In realtà forse ero io che non la capivo e che non riuscivo ad apprezzarla.

A Milano ho imparato cosa vuol dire essere poveri veramente e ad aver un senso quasi di timore verso la ricchezza. Lì ho imparato anche la discriminazione e la solitudine. Non è un posto che ricordo con piacere se non per pochi amici, che ancora mi circondano. Per me era più estero dell’estero.

Sono diventato uomo fuori dall’Italia. Londra mi ha offerto un lavoro e la possibilità di guadagnare subito e sono partito. Sulla strada per l’aeroporto ho venduto la mia Nissan Micra e con i soldi ho pagato il viaggio.

Non sono più tornato. Gli italiani di Londra mi hanno accolto e ho scoperto un mondo nuovo, un mondo dove poter essere me stesso senza imbarazzi e discriminazioni, un mondo di lavoro duro di 12 ore al giorno ma anche di gioia e di divertimento.

Se a Milano ho imparato cosa significa essere povero, a Londra negli anni ho visto cosa significa essere ricco, o meglio ho visto cosa i ricchi fanno e possono fare. E ho conosciuto anche un po’ di ricchezza per me stesso, perché no.

Ho presto imparato che la vera ricchezza non è quella dei soldi perché di questi più ne hai, più ne spendi, più te ne servono e più infelice sei. E’ un ciclo continuo di desiderio di qualcos’altro che non hai. La vera ricchezza invece è emozione e sentimenti. E’ passione per qualcosa che fai.

I soldi distruggono le emozioni: comprare una macchina nuova o un vestito nuovo, fare una vacanza particolare o regalare un gioco più bello ai tuoi figli, sono emozioni che perdi quando tutto ciò che comportano e’ il prendere una carta di credito dalla tasca.

Alla fine comunque la più grande verità rimane quella di Luca Carboni: “Si è vero, lo so, che i soldi non danno la felicità, immagina però, come può stare chi non ce li ha”.

Ho avuto una discreta carriera nei miei anni a Londra. Due anni fa però ho deciso di rinunciare a tutto e ricominciare da zero (o quasi), di abbandonare dopo 19 anni la sicurezza di un lavoro ben pagato e a rimettermi in gioco per capire se posso farcela da solo, con le mie forze. Non è facile, anzi è molto difficile.

Ci sto provando e la gioia di creare qualcosa di mio, di mettere in moto qualcosa soltanto perché nasce nella mia testa, è una sensazione stupenda.

Purtroppo però non necessariamente aiuta a “mettere il pane in tavola” e guardando i miei figli a volte penso di essere stato egoista, di aver tolto loro la possibilità di un futuro sereno. E i dubbi mi assillano.

Ma non mi pento di ciò che ho fatto. Anche se fallisco almeno so di averci provato e so di aver imparato tanto.

Ho fatto, visto e avuto molto più di quanto avrei mai potuto immaginare 30 anni fa in Calabria. Faccio fatica ora a emozionarmi per cose materiali (con qualche eccezione…).

La cosa che più mi rende felice ora e mi emoziona è vedere i miei tre figli crescere, vedere il loro sorriso quando mi rivedono e averli vicino il più possibile. Di me stesso mi interessa ormai poco.

Un’altra cosa che mi interessa è raccontare agli altri quello che ho imparato, quello che ho visto in questo mio viaggio dal basso, studiando, leggendo, vivendo in mondi particolari di cui non si conosce molto.

Questa pagina vuole essere anche questo, se è possibile.

Firmato P.C.
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