«Solo l’amore ci rende liberi» 

| A colloquio col filosofo Livio Rossetti |

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Livio Rossetti

di Francesco Castellini – «Filosofia – diceva Pitagora – significa amore del sapere».
E già quel pensatore vissuto fra il VI° e il V° secolo a.C. si interrogava sul potere della conoscenza, della necessità di un processo di apprendimento che non può aver fine, «perché solo agli Dei è concesso il possesso pieno della verità assoluta, immutabile».
E se è assodato che lo scopo della filosofia è il desiderio di conoscere la verità, va da sé che la filosofia è fatta di domande, le più generali possibili, che l’uomo si pone da sempre per tentare di comprendere la totalità del reale.
Domande che spesso non trovano risposte, ma che comunque ci si continua a porre, perché riguardano tutti gli uomini in quanto uomini, che si riferiscono soprattutto ai problemi del conoscere e dell’essere.
Qual è il senso della vita umana? Dio esiste? La vita continua dopo la morte? Che cos’è il bello? Qual è il retto comportamento? Quali sono le regole del ragionamento?
E dunque si chiede aiuto alla filosofia, un termine ed una materia che può incutere forse rispetto ma anche un po’ di soggezione o sospetto per chi non l’ha mai affrontata prima, quasi da tenere a debita distanza.
Eppure, di filosofeggiare abbiamo bisogno. C’è perfino un detto “la filosofia non serve a niente, ma rimane quella cosa di cui non possiamo fare a meno”.

INTERVISTA
Di questo e altro ne parliamo con Livio Rossetti, che è stato docente di Storia della filosofia antica all’Università di Perugia fino al 2009 e che ora, dopo decenni dedicati allo studio di Socrate, Platone e letteratura socratica antica, sta lavorando sui Presocratici.
I suoi libri sono stati tradotti in spagnolo, in portoghese e in greco. E sempre a lui si deve l’idea del Caffè filosofico, che a Perugia è “aperto” dall’aprile/maggio del 2003 e ha varcato la soglia dei duecento appuntamenti.
«In Francia fanno il Caffè Filò e ha funzionato – dice Rossetti – e dunque perché non farlo anche noi? Ci siamo detti. Si tratta di incontri un po’ informali da tenersi nella sala di un bar con relatori che sviluppano temi di attualità e di grande interesse. «Ci si incontra – dice – si discute, ci si confronta. Ce n’è tanto bisogno».

Un modo come un altro per smitizzare una scienza, una disciplina che spesso è vissuta come estranea, difficile, da lasciare solo a chi ci opera come addetto ai lavori.
«È vero la filosofia è sempre stata vista come una disciplina esclusiva. È stata rinchiusa nelle aule: il liceo, un certo percorso universitario, oppure il seminario. Non è che c’erano alternative. Poi c’erano i profani, i laici, gli altri, i quali andavano tutt’al più a sentire una conferenza, a comprare il libro e diventavano “consumatori” del bene filosofico. E questo fatto qui per la filosofia è una distorsione preoccupante».

Ma davvero si può vivere senza porsi le domande fondamentali?
E in quel caso che vita è?

«Abbiamo la necessità di mettere un briciolo d’ordine nelle nostre idee e nelle nostre esperienze, a classificarle, a collegarle, a non lasciarle alla rinfusa. E dunque la filosofia ci aiuta a mettere un po’ d’ordine nella nostra mente. Che poi in altri termini significa costruire una nostra filosofia, che non può essere sostituita da quella del grande Platone. Ognuno di noi deve essere il filosofo di se stesso».

Dunque la filosofia è un po’ fare ordine?
«E sì, raccapezzarsi».

Mi faccia un esempio.
«Penso al lavoro del maestro Walter Pilini, un poeta dialettale molto sofisticato, di Corciano. Io sono stato nella sua classe, veniva fuori un tema, magari l’interrogarsi sull’origine del mondo, sulla bellezza, sul perché a volte siamo cattivi. Lui nella classe dove insegnava aveva creato una specie di ambiente caldo, dei tappetini, dei puff, dove si andava per leggere delle poesie, leggere i lavori dei ragazzini e fare filosofia. Quando si discuteva di filosofia lui avanzava delle domande… “Tu come te lo immagini Dio?”. Il piccolo allievo rispondeva: secondo me… C’era chi non spiccicava una parola, fino a che arrivava un bambino che faceva un discorsetto più articolato. Supponiamo Ivan, Sonia, Carla. Dai Carla dicci qualcosa. Stiamo tutti a sentire. E quando si creava l’attenzione su Carla come per miracolo Carla qualcosa diceva. Questi bambini si trovavano a costruire una cultura filosofica, semplicemente perché avevano sentito discorsi dissonanti e finalmente si esprimevano. Dietro questo atteggiamento c’è sicuramente il potere dell’ascolto, l’attenzione verso l’essere umano, verso il singolo, quel farti sentire unico e indistinguibile, un individuo che potenzialmente racchiude in sé i più grandi tesori. Tesori che solo chi ascolta con “amore” può valutare, cogliere come si coglie un fiore in un prato».

L’atteggiamento di ascolto dunque favorisce l’emersione della soggettività, ma spesso questa scuola non aiuta.
«Questa faccenda di un potenziale che rischia di rimanere sommerso è un problema drammatico del sistema scuola. Ci sono due meccanismi, uno a livello di scuola elementare, scuola materna, in cui c’è l’insegnante che fa appassionare a qualsiasi cosa venga a lui in mente. E questi tipi di insegnanti hanno difficoltà a praticare l’ascolto. Se tu vuoi parlare di un’altra cosa non ti sentono nemmeno. Ed è un vero problema. Poi, alle superiori, c’è sempre questo “studia, studia, studia”, che fa dello studente un imbuto. Prendi ciò che ci metto io. Così come un bambino diventa uno “scolaro”, ed è un guaio, così gli altri, anche quelli bravi, masticano il cibo che gli viene dato. E questo non facilita il pensiero, l’analisi. Fin quando l’adulto vuol imporre le sue regole e sentirsi bravo perché è riuscito a far rispettare le sue regole, non si aiuta ad esprimersi. Noi abbiamo bisogno di creature pensanti e per averle ci vuole per prima cosa delle creature “ascoltanti”».

La tecnologia ci aiuta?
«Io guardo sempre in positivo la tecnologia. Ma soprattutto occorre ricordarci che siamo uomini fin quando continueremo a pensare. E dunque il compito di ognuno è continuare ad impegnarsi, con tutti i mezzi, vecchi e nuovi, affinché la testa, i pensieri non si fermino mai. Nel momento in cui noi ci fermiamo torniamo indietro».

Se le chiedessero: cosa rende felici?
«Mi asterrei dal rispondere. Mi riterrei incompetente».

E la sua felicità?
«Mi ritengo un uomo fortunato. La felicità sono i miei studi, i miei nipoti, l’“amica” Filosofia, offrire delle opportunità di ascolto a bambini e adolescenti; e poi c’è tutto un giro di quarantenni
a cui do una mano. Persone che aspiravano a fare una carriera universitaria e non ce la stavano facendo. Stavano arrendendosi. E io ne ho ripescato un bel numero, mettendomi in gioco e consentendogli così di tirare fuori le cose più belle».

Le sue parole fanno venire in mente un antico insegnamento: “la vita ha un senso quando la dedichiamo a qualcuno, fosse egli una persona, un animale, una pianta o una cosa”.
«È proprio vero. Spesso siamo così egoisti che la dedichiamo solo a noi stessi. Però è una fesseria, perché ciò che muove tutto (lo dice Dante) è la parola “amore”, che è quella che fa la differenza, che poi significa saper ascoltare, mantenere la curiosità dell’altro, fino a diventare l’altro. Ecco, se dovessi dire a che serve la filosofia forse mi verrebbe da dire che è un modo per vivere con amore la propria vita sentendosi parte di un intero universo».