Sgarbi da Burri a Frappi 

| Sull'arte contemporanea |

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Sgarbi presenta Frappi

curato da Stella Carnevali

pubblicato il 17 gennaio 2017 11:28:05

“Le ragioni esterne, le ragioni personali, le ragioni affettive per essere venuto a Montefalco, superano forse l’occasione e non per riconoscere tutto il merito a Luigi Frappi, che conosco da quando eravamo ragazzi e che ho visto in tante occasioni e che per partire da una delle considerazioni del Soprintendente Vittoria Garibaldi in realtà ha avuto la fortuna di avere, come non sempre accade di questi tempi agli artisti, una commessa pubblica perché ormai quindici o venti anni fa gli toccò di rifare il telone del teatro di Bevagna, il sipario.

Arrivai a Bevagna vedendo, eccitato come un satiro per le strade di questa città, l’artista che quasi non parlando indicando, con eccitazione sulfurea, mi portava a vedere questo paesaggio che era esattamente come nell’Ottocento. Toccava ad alcuni artisti poter produrre per la gloria della città e, quindi ,con un contributo pubblico a cui l’arte oggi è disavvezza, lo guardai così come avevo già visto in precedenza alcune opere all’epoca in cui, sulla metà degli anni Settanta, era ricominciata timidamente una tradizione di ricerca pittorica sospesa sulla metà degli anni Cinquanta, anche attraverso il merito e la dannazione di un grande artista umbro, forse il più grande artista del secondo Novecento, e che è Alberto Burri.
Il quale aveva cancellato ogni rapporto con la tradizione pittorica precedente anche con i materiali, pur mantenendo una profonda nostalgia della natura e rappresentandone i suoi cretti, il senso, il sentimento delle sue terre e avendo poi la massima e più alta coscienza civica che abbia avuto un artista del Novecento, perché prima di morire ha predisposto, come monumento per sé e come trasmissione ai posteri, i musei di Città di Castello, quello del palazzo Albizzini, gli ex essiccatoi che sono un grande monumento per il pittore il cui merito è universalmente riconosciuto.

Se pensiamo che la città di Bologna ha faticosamente patito per mettere in piedi il Museo Morandi ed ha addirittura distrutto la casa del grande artista, una città di grandi tradizioni culturali come Bologna attraversata da amministrazioni generalmente consapevoli, ha fatto l’errore tragico, che mai sarebbe accaduto in Francia. Ma da noi è molto frequente che accada, di smantellare, di abbandonare la casa di via Fondazza, che è stata nella memoria della tradizione del Novecento un luogo di pellegrinaggio.

Dove sono andati tutti per più di cinquanta anni a casa di questo grande artista, a vedere gli ambienti dove egli come un monaco, meditava e dipingeva, vedere i suoi oggetti e le sue cose, tutto quello che l’aveva condotto a dipingere le memorabili nature morte del 1910 fino al 1964, quando è morto.

Risulta per me abbastanza inconcepibile che un luogo dello spirito come quello sia stato dissacrato traendone delle immagini fotografiche che sono state montate in un museo, abbandonando quella casa che oggi è un appartamento per studenti, qualche cosa di sinistro e sordido.
Non abbiamo grandi dipinti neanche a Ferrara, dove c’è un triste Museo di De Chirico metafisico, attraverso delle riproduzioni a grandezza naturale in fotografia.
Non abbiamo grandi testimonianze del Futurismo, insomma, abbiamo disperso il grande patrimonio Novecentesco
Soltanto l’Umbria grazie all’intelligenza di questo artista ha consacrato o lui stesso ha voluto consacrare a sé, un Museo di un artista contemporaneo che potrebbe essere come Rothko a Huston e che, a Città di Castello è forse l’unico esempio di una presenza della memoria.

Però quello che Burri è stato per la civiltà italiana, essendo, che la prima metà del secolo ha come grande artista un padano, benché Bossi lo ignori, che è Morandi, la seconda metà del secolo ha un umbro come suo riferimento essenziale, ed è Burri.

Certamente le combustioni di Burri sono anche il simbolo di un fuoco in cui brucia la pittura, brucia a lungo, brucia per molti anni, per almeno due decenni, finché arrivano segnali da orizzonti lontani.

Nel 1980 alla Biennale di Venezia, senza paura, Luigi Carluccio porta l’opera di Balthus che era stato uno dei grandi resistenti, aveva fatto la resistenza della pittura come l’hanno fatta con minor successo in quegli stessi anni Annigoni o Clerici, ma certamente Balthus, anche per snobismo, diventò un riferimento. E non mancò anche l’Umbria nel fargli un omaggio qualche anno dopo con una grande mostra a Spoleto.

Insomma, le avvisaglie di questa resistenza della pittura che si riaffacciava all’attenzione pubblica, ma con con timidezza, con paura e con qualche presidio con personalità come Italo Tomassoni a Foligno che aveva lungamente coltivato l’attenzione, la pittura colta, ha portato alcuni artisti a riguardare la tradizione della pittura di figura, quella soprattutto di paesaggio nella grande civiltà del Cinquecento, Seicento e Settecento. E tra i primi a rialzare la testa, senza paura che gli fosse tagliata, ci fu negli anni Settanta Luigi Frappi.
Frappi si interroga anche lui e, intanto, da Morandi apprende una lezione dovendo ricominciare a dipingere e scoprendo questa pittura colta che per altri come Stefano Di Stasio o Lino Frongia, ha voluto dire ricreare la figura umana con l’ambizione di farla diventare o tornare protagonista della storia o anche protagonista della vita domestica come nel caso di Aurelio Bulsat.

Nel caso invece di Frappi almeno una cosa di Morandi ritiene, e cioè che l’uomo non è rappresentabile, la figura umana non ha più alcuna centralità e che essa è stata cancellata, dopo il Fascismo, non avendo più la forza di un protagonismo. Lo stesso pittore che c’era in quello statista che fu Amintore Fanfani, come molti forse ricorderanno, si prodigò in una pittura astratta che oggi è forse più pregevole della sua opera di statista. Si potrebbe immaginare ,ma queste sono in fondo considerazioni estemporanee, anche lui, attento alla sensibilità della natura, tradotta anche nelle sue immagini astratte era di Arezzo e come ricorderebbe Fanfani, ma in questa visione persino nel politico che ho ricordato è assente l’uomo. Quindi, si riguarda la pittura antica, ma non troverete neanche un nano, nulla, non c’è nessuno, sono luoghi disabitati.

Giustamente l’amico Alberto D’Attanasio ha letto quel passo in cui io evoco l’idea che il mondo, come in un dopo storia, sia spopolato e rimangano dei paesaggi, dei paesaggi mirabili, che soltanto l’occhio di Frappi può guardare e guardandoli ce li restituisce.

Questo è il punto di vista e il punto di poetica che gli appartiene, naturalmente anche nelle ultime sperimentazioni, oggi è molto soddisfatto di fare queste fette d’anguria, che mi ha mostrato prima, io non le conoscevo, anche lì evidentemente ancora più minimalista nel ridurre il campo di visione.

E non dimentichiamo che il tema dell’anguria è un tema che oggi è rappresentato con molto orgoglio da un pittore quasi iperrealista, si chiama Luciano Ventrone, poi non dimentichiamo che un pittore importante degli anni Sessanta-Settanta, ha dedicato l’intera vita, e quasi l’intera produzione artistica a dipingere meloni, cocomeri, e si chiama Mattia Moreni, e quindi ci sono dei filoni che evidentemente l’attenzione di Frappi ha voluto perseguire.
Vedrete scendendo nel luogo che prima è stato ricordato, una bella rappresentazione, come dei filari di alberi con una potente efficacia scenografica sono stati allestiti attraverso le grandi tele, i grandi teleri che evocano sempre l’idea del teatro, di cui il teatro di Bevagna è stato il luogo di massima espressione per Frappi.

Insomma un pittore di paesaggio, un pittore di paesaggio ampio, un paesaggio che ha un campo d’orizzonte quasi senza limite che mi ha fatto fare un’altra riflessione, credo pertinente, cioè quella che tra fine del Settecento e primi dell’Ottocento in Italia. In particolare ancora a Bologna, vi è un genere artistico di straordinaria suggestione, che è quello denominato Stanza Paese, e cioè dei piani- terra di palazzi o di ville in cui uno entra e il paesaggio non è in un riquadro, non è isolato sulla parete, ma investe invece il soffitto, le pareti, in maniera tale che tu hai la sensazione di essere immerso nel paesaggio, la sensazione che voi proverete, vedendo le tele disposte negli ambienti sottostanti.

La sensazione che, non so con quanta consapevolezza o coscienza di questa esperienza settecentesca- ottocentesca Frappi ci restituisce, cioè di trovarci come in un mondo d’Arcadia ritrovato, dentro un paesaggio in cui siamo spaesati ma anche protetti, felici.

Ma non avrei forse con altrettanta soddisfazione dopo tanti anni scritto alcune cose su Frappi e partecipato a questa bella inaugurazione per lui e per tutti noi, se non avessi avuto dei legami affettivi, ormai fortificati nel tempo e oggi manifestatisi anche nelle rappresentazioni che qui ognuno di noi ha fatto.
Ho voluto fortemente che il Soprintendente dell’Umbria fosse una donna e fosse Soprintendente una Storica dell’Arte, e non un Architetto, sapendo quanto danno fanno gli Architetti.

Anche recentemente è stato fatto a Roma con la violenza dell’Ara Pacis e quindi vedo in Vittoria Garibaldi una sia pure sgomenta partigiana e resistente nella difesa della bellezza. Poi il Sindaco della vostra Città, che porta il nome di un deputato di Forza Italia, e ne ha anche l’aspetto, Valentino Valentini, quella specie di Tupamaru che accompagna Berlusconi, e lui sembra sì un comunista, sotto quell’aria così e che Berlusconi, come uno fa col suo cavallo, ha nominato Deputato.

Li ho fatti parlare anche al telefono, ma quando vedi la grazia di Valentino Valentini e lo senti così attento, così sensibile e lo vedi ben vestito, pensi che è un gioco delle parti in cui chi assomiglia a una cosa, ne é un’altra.
E poi voi sapete il maniaco sessuale che si nasconde in Alberto D’Attanasio, e invece sembrava un prete, un parroco di campagna, e quindi anche qui una sostituzione delle parti.
Non conosco l’assessore di Montefalco, ma credo che sarà della nostra squadra, come l’amico Baldino, che è l’ intellighenzia dell’Umbria per le vicende che riguardano la Letteratura. In tante occasioni ci siamo trovati per leggere, dare premi.
E quindi anche qui sono tra amici, un po’ di sinistra per la verità, ma ognuno di noi è un po’ di sinistra e un po’ di destra. Se pensate che Prodi governa con la Lega Alpina Lombarda, è chiaro che ognuno può essere tranquillo, che nessuno è completamente si sinistra, che nessuno è completamente di destra, e quindi l’idea di trovarli qui e poi vedere in prima fila Anton Carlo Ponti, con cui abbiamo fatto, lui ha fatto io ho presentato, le belle mostre la serie di Terre dei Maestri, con la benedizione, il patrocinio dell’assessore Stella Carnevali che in tante occasioni si è confrontata con me sull’Arte del Novecento e anche sulla possibilità di far diventare Spello quello che deve essere, una città di grande richiamo e di grande prestigio, città integra e perfetta.

Insomma, vedere tutti questi amici, trovarmi in questa condizione e poi quelli che ho portato io, che non cito, perché non importa che li citi, ma sono comunque importanti anche loro.
Mi rende questa presenza a Montefalco un ritorno a casa, dopo l’ultima volta che venni, qualche ora prima di quel mentecatto del Ministro dei Beni Culturali, Urbani, la cui indegnità si è manifestata in tante occasioni e soprattutto anche nel fatto che oggi lamenta il Premier cioè d’avere egli, dopo che io ho resistito come un disperato, consentito la costruzione dell’orrore degli orrori che è appunto l’ Ara Pacis.
Oggi è facile che Berlusconi dica: “fa schifo”, dico, l’hai fatta fare tu, tu con Rutelli, prossimo Ministro dei Beni Culturali, siamo messi bene, siamo nelle mani di gente che non sa qual è il suo compito e che invece in Umbria sembra intuitivamente sentito per una civiltà che si auto-difende persino da Amministratori che vorrebbero fare danni, coma d’altra parte Foligno, con la sua ferita a Palazzo Trinci.
Ogni volta che ho detto qualcosa, sono passato per essere intransigente, intollerante, ma erano verità elementari, purtroppo era insufficiente parlare rispetto alla violenza che veniva dalla mancanza di coscienza dei valori della tradizione, della storia, della civiltà, e alle speculazioni selvagge di imprese di costruzioni che invece di fare cose giuste , insomma grande sconforto e un futuro non so quanto pieno di attese e speranze.
Tutto questo sembra cancellato se noi dobbiamo immaginare che la presenza non soltanto mia, che queste cose che dico da sempre, ma degli amici che sono a questo tavolo si rispecchi nella poetica di Luigi Frappi il quale non solo non concepisce presenza umana nella natura, ma neanche l’architettura.
Non c’è una casa, non c’è niente, ogni tanto forse appare un quadro con l’orizzonte lontano in cui intravedi qualche elemento costruito, ma la sua visione del mondo è appunto di una natura che avvolge l’uomo e in cui l’uomo è protetto e felice, quindi un mondo che è prima e dopo la storia. Mi pare che questa scelta da parte dell’Amministrazione di aver indicato Frappi oggi, oltre al recupero della pittura che lui ha perseguito per più di un quarto di secolo, per trenta anni, e anche però la scelta l’ iconografia, i soggetti, questa insistenza sul tema di paesaggio, nel tema di natura libera dalla violenza dell’uomo siano un segnale interessante. Un auspicio, d’altra parte se ciò per cui egli ha dipinto corrisponde a una sensibilità condivisa, se noi guardiamo soltanto intorno a noi il dipinto, mi pare di Spagna o peruginesco che è sul fondo, vediamo che quel paesaggio che sta dietro le figure è già un paesaggio di Frappi, è un paesaggio di poesia pura, di poesia della natura ecco, quello che vedrete è questo, un poeta della natura, un pittore convinto che se uno deve dipingere non resta altro strumento che la pittura, che tutto quello che è extrapittorico è forse provocazione, ma non è pittura, anche se nel corso degli anni mi sono convinto che le ricerche sperimentali, quelle sul corpo degli artisti, addirittura ferendosi, oppure il video o la fotografia erano inevitabili, sono inevitabili.

Perché la pittura è un modo di espressione che, bene o male, è destinato a una dimensione quasi amatoriale. Pensiamo a questa metafora: io sono arrivato oggi in automobile e chiunque di voi è arrivato in automobile, uno viene da lontano arriva in aereo arriva in treno, ma cento anni fa sarei arrivato a cavallo, ebbene oggi è possibile andare a cavallo molti vanno a cavallo ma ci vanno per puro divertimento allora occorre dire che un pittore che dipinge è come una persona che è riuscita ad andare a cavallo o usare una candela invece della luce elettrica.

Quindi è vero che si tratta di una misura oggi inadeguata, che qualcuno può anche ritenere non capace di rappresentare la complessità del mondo, però è importante che gli sia consentito andare a cavallo, che gli sia consentito usare uno strumento che può apparire superato e poi gli altri faranno la loro arte pubblicitaria useranno le fotografie, useranno tutto quello che serve per comunicare in modo più veloce.

Qui siamo in un’ ipotesi di tempo lento o di tempo perduto per sempre, quello slow che è stato così ben inteso nella paradigma proposto da Slow Food che è una soluzione che oggi molti condividono, ebbene se vale per la gastronomia potremmo immaginare che valga anche per l’architettura, che valga anche per la pittura, che sia consentito quello che le Avanguardie hanno per molto tempo interdetto.

Questo è un momento importante, in cui noi guardiamo un pittore che sente che non è contro la storia se dipinge come gli antichi, se dipinge come Magnasco, se dipinge come Lorrain e quanto sento dire di me, non mi preoccupa, perché sono del tutto invulnerabile: che io non amo l’Arte Contemporanea. Ripenso a una lunga vicenda in cui ho visto centinaia di artisti contemporanei considerando che contemporaneo vuol dire del nostro tempo, non per forza sperimentale cioè contemporaneo non vuol dire essere Cunellis o essere Merz può anche voler dire essere Frappi. Certo è una strada più impervia e più laterale è un sentiero Umbro che comunque è meglio di qualunque autostrada e, quindi, altri vadano nelle loro autostrade e alcuni si muovano e facciano trekking camminando per i sentieri dove si vede una natura ancora incontaminata.

Siete soddisfatti per aver visto quei quadri che avete capito perché sono semplici? Senza interrogarvi cosa voglia dire un binario o una pattumiera o una qualunque cosa che si mostra ricca di significati perlopiù inesistenti, ma che nascono dal paradosso. Un tempo per l’artista era difficile lavorare e la sua opera era facile da capire, la pittura era difficile da fare e facile da capire. Oggi è facile fare l’artista ed è difficile capire perché l’ha fatto, spesso perché non sapendo cosa fare per sfottere o prendere in giro il mondo, scelgono la scorciatoia di chiamarsi artisti.
Nel caso di Frappi c’è la sensazione e il desiderio di essere onesto, di avere un rispetto dell’artigianato, stare nella bottega dell’artista, offrirci delle immagini che per un pomeriggio di primavera come questo ci donano la sensazione che siamo ancora vivi nella natura e non siamo stati travolti da una dimensione disumana.

Un altro dei riferimenti nel catalogo è per dire che, probabilmente nella sua adolescenza, Frappi, ha molto ascoltato Il ragazzo della via Gluck di Celentano e si è convinto che Celentano aveva ragione e quindi ha abbandonato il cemento e i grattacieli e ha detto: “Se ho la fortuna di vivere in Umbria, lasciatemi dipingere i paesaggi, lasciatemi divertire e si divertiranno anche quelli che vedono la mia opera”.
Presentazione di Vittorio Sgarbi del 6 maggio 2006, al museo civico san Francesco di Montefalco. curata da Stella Carnevali