Perugia al tempo delle “strolighe”

| Donne mezze streghe e mezze indovine |

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di Stella Carnevali

Le cartomanti erano tante, al centro di Perugia.
Fino a poco tempo fa.
Erano dette “strolighe” (stroliga = donna mezza strega, mezza indovina, mezza zingara).

Un fermo immagine degli anni Settanta ne rivela i misteri. In fondo a via Alessi a sinistra si gira per via della Viola e dopo la chiesa di San Fiorenzo per via Imbriani, due vicoli che si rincontrano nelle scalette del cinema Modernissimo, risorto da poco come PostMod.

Ma è sempre tanto, quello che non c’è più, così come i perugini che popolavano questa zona intorno agli anni Settanta.

Entrambi a senso unico (i vicoli) nella stessa direzione di marcia: con via della Viola si andava nell’alveare di Porta Pesa, con via Imbriani al cimitero o fuori città.

Tante le botteghe, una in fila all’altra in via della Viola come in un mercatino: due fruttivendoli, due generi alimentari, una merceria, borse e cinte, due bar, un tabaccaio, un negozio di elettricità, due di abbigliamento, una falegnameria, un calzolaio e una lavanderia. In via Imbriani solo case e un’officina meccanica.

Le case perlopiù senza riscaldamento, spesso umide e con poche stanze arrampicate l’una sull’altra.

Piccoli gabinetti ricavati vicino alla calata delle fogne. Vicoli popolati in prevalenza da operai, spesso della Perugina, camerieri, casalinghe, camionisti, donne delle pulizie, sarte, rammendatrici, artigiani, commercianti e quattro cartomanti, due in via della Viola e due in via Imbriani.

Cominciamo dalla sora Concetta che aiutava il marito nella bottega dove cuciva pelli e riparava borse e cinte. Di capigliatura rada, piccola statura, carnato rubizzo e lineamenti a punta. Per prenderci l’appuntamento bastava andare alla bottega, ma se era libera ti portava subito di sopra, in casa.

Tirava fuori dal cassetto un mazzo di carte napoletane. molto consumato. Ti faceva sedere al tavolo della cucina ricoperto di carta cerata a fiori.
Mischiava con cura il mazzo che faceva tagliare con la mano sinistra raccomandando di non tenere mai le gambe incrociate e di concentrarsi sull’argomento oggetto del consulto. Poi cominciava a formare mucchietti di cinque carte disposti a forma di croce: a sinistra il passato, a destra il futuro, in alto gli ostacoli, in basso le protezioni e al centro il risultato.

Non era di tante cerimonie, una volta letto il responso concludeva l’incontro con la richiesta di 500 lire. Insomma non si metteva a parlare o ad approfondire: quello era quanto dicevano le carte al momento, chissà se dopo un mese, in caso di responso incerto o negativo, non potessero cambiare.

La Pina invece era più in là con gli anni e abitava in due locali con il portoncino sulla strada sempre in via della Viola ma più in fondo verso il cinema PostMod. Nella vita aveva fatto da governante ad una famiglia benestante che le aveva concesso l’usufrutto a vita dei due locali dove abitava.

La pensione era poca così si arrangiava nella lettura delle carte. Da lei bastava suonare il campanello e se c’era già qualcuno, faceva aspettare nell’ingresso che era anche la cucina. Il consulto avveniva nella camera da letto nella quale aveva attrezzato in un angolo un tavolino con una lampada perché le persone, in genere donne di famiglia, venivano di sera, mentre le ragazzine dopo pranzo.

La Pina era capace di tenerti quasi un’ora: usava le carte piacentine e le stendeva tutte estraendone due per volta e ad ogni uscita leggeva automaticamente i simboli letterali: “Vedo in cammino parole ai coppi di casa proprio per te, lacrime, tristezza, ma anche un’allegria a ore di sera”.

Poi si interrompeva e per associazione iniziava a raccontare qualche episodio della sua vita di quando stava a servizio dal dottore “che Dio l’abbia in gloria” per quanto era stato buono con lei. Se qualcuno le aveva chiesto come mai non si fosse sposata, rispondeva che aveva dedicato tutta la sua vita ai figli degli altri.

Alla fine delle carte, la consultante non aveva capito niente, cosicché la Pina si concentrava meglio per restituire una comprensibile sintesi.

Si imparava subito da lei quali che fossero le carte da tenere d’occhio: il di denari era il “lui”, la fante di denari colei che consultava le carte,la fante di bastoni la nemica, la fante di coppe l’innocenza e dunque anche i figli.

Il quattro di spade era la barella (nel senso di bara) e quando usciva quella carta tutto quello che c’era prima diventava irrealizzabile. Mentre se usciva l’asso di denari, cioè il trionfo, tutto procedeva per il meglio.

Di fronte a casi disperati si faceva portare una maglia intima già indossata dalla persona afflitta e per tre sere la teneva con sé dicendo preghiere e cospargendola di acqua benedetta per sciogliere il malocchio.

La persona interessata doveva portare la maglia, così trattata, per altri tre giorni senza mai togliersela e recitando ogni sera tre pater, ave, gloria. Durante i tre giorni doveva anche mettere un pizzico di sale grosso dietro l’uscio di casa. Le tariffe della Pina erano di 300 lire per le carte e 500 per il lavoro completo.

Willelma stava all’inizio di via Imbriani: sposata con un camionista sempre ubriaco e con due figli piccoli.

Willelma non lavorava perché il marito non voleva, per gelosia. Così si era fatta insegnare dalla suocera allettata per una paralisi a leggere il futuro con le carte. Prima di morire le aveva regalate le Sibille, il mazzo di carte che aveva usato in vita e questo dono aveva assunto il significato di passaggio dei poteri.

Ma Willelma poteva ricevere solo quanto non c’era il marito che per quelle diavolerie, aveva sempre borbottato anche con la madre. Se qualcuno bussava che c’era lui, Willelma che aveva informato i clienti fingeva di ritirare o consegnare vestiti da aggiustare: un orlo, una lampo, una scucitura.

Sapeva fare anche il piatto con l’olio: il piatto era sempre lo stesso, bianco, cupo e ben pulito dove versava dell’acqua mentre faceva sedere accanto a sé la persona a cui stringeva la mano per capire cosa avesse. Intingeva il mignolo arcuandolo in una ciotolina di olio di oliva, poi con mano fermissima lasciava ricadere la goccia raccolta nel piatto con l’acqua in perfetta verticale. Questo per tre volte. Se una, o due o tutte le gocce restavano intatte a galleggiare sull’acqua, non c’era malocchio.

Willelma guastava il piatto con tre segni di croce e con la mano bagnata disegnava sempre una croce sulla fronte della persona, mormorando un’ incomprensibile filastrocca.

Se invece una o tutte le gocce si rompevano spandendosi nell’acqua rabbrividiva perché c’era il malocchio più o meno intenso a seconda di quanto le gocce si fossero confuse con l’acqua.

Allora doveva rifare il piatto per tre volte e se anche alla terza volta le gocce si squagliavano ricorreva anche lei al metodo della maglietta intima. L’acqua e l’olio usati per il rito venivano gettati nel cesso affinché tornassero al mare altrimenti non portava bene.

Ma la regina delle cartomanti era Ausilia che abitava in fondo a via Imbriani con la madre anche lei allettata da una paralisi ed una figlia che non volle mai dire da chi l’avesse avuta. Ausilia non lavorava, né avrebbe potuto con una madre da assistere ed una figlia piccola. Ma la madre, tutti lo sapevano, era stata una veggente ed aveva trasmesso i poteri alla figlia, si parlava anche di un libro antico con delle preghiere e che avesse avuto la Vista.

L’Ausilia riceveva tutti giorni meno la domenica e mai dopo le 18, cioè dopo l’Ave Maria perché era molto religiosa.

Dal portoncino sulla strada si saliva una rampa ripida che dava in una piccola cucina da cui si accedeva a sinistra alla camera della madre con cui dormiva, a destra alla piccolissima camera della figlia e, sempre dalla cucina a salire quattro ripidi scalini si apriva una sorta di abbaino sui tetti dove faceva le carte e dalla cui finestrella dava sempre da mangiare ai piccioni. Ausilia era severa, non usava giri di a parole, i suoi responsi erano netti e quello che vedeva si avverava sempre.

Usava due mazzi di carte.
Le Sibille in cui la carta da temere era il gatto simbolo di falsità e di inganno: con quella carta in mezzo al gioco non c’era niente di buono in arrivo. Al contrario il cane, simbolo di fedeltà, annunciava il buon esito dell’impresa.

Associava la lettura dei tarocchi con il metodo dell’astrologia babilonese per stabilire se gli eventi che vedeva erano transitori o segnati da un destino duraturo, fausto o infausto che fosse.

Quando incontrava situazioni gravi non di semplice malocchio, ma di vere e proprie fatture, prima di intervenire faceva sfasciare i cuscini di piume, ma anche quelli di gommapiuma, di tutti i membri della famiglia.

La differenza tra il malocchio e la fattura sta nella gravità del sortilegio: mentre il malocchio è causato dall’invidia intensa e continuata di una o più persone, la fattura viene fatta fare da chi pratica la magia nera e consiste in riti rivolti alla persona affinché cada in disgrazia o addirittura si ammali e muoia.

Il contenuto dei cuscini glielo dovevano portare in sacchetti con il nome della persona che ci aveva dormito. In questi cuscini ci si trovava di tutto: chicchi di grano fresco, chiodi di ferro (che si diceva fossero per la bara nelle fatture a morte), penne d’oca intrecciate con dello spago intorno ad una fettuccia di cotone in modo geometrico e ben confezionato; spaghi a forma di piccola corona (corona da morto) nei quali venivano intrecciati in modo alternato piume, chiodi, pezzetti di stoffa.

Se la corona era incompiuta si poteva ancora fare qualcosa, se invece era completa cioè chiusa, la fattura era irreversibile.

Ausilia analizzava questo materiale per decidere, caso per caso, l’intensità del rito necessario a combattere il maleficio. Anche lei si faceva portare degli indumenti intimi già indossati anche all’insaputa della persona colpita.

Diceva che per fare il lavoro doveva andare fuori da un mago più potente di lei, ma molti pensavano che lo dicesse per non far sapere che era la madre a sconfiggere il sortilegio.

Chiedeva 500 lire per le carte e 3.000 lire per togliere la fattura.

Ma se riteneva che il lavoro fosse al di sopra delle sue possibilità si rifiutava di farlo.

Lei diceva di combattere il male con la magia bianca, quella benedetta dal Signore ma che spesso il male era più potente.

I sacchetti con le piume d’oca li portava ad un quadrivio isolato dove venivano bruciati in genere di venerdì a mezzanotte.

Dopo qualche giorno restituiva gli indumenti che dovevano essere portati per tre giorni ed una boccetta di acqua santa da bere per nove sera insieme alla recita del pater, ave, gloria. Infine consegnava un brevino da portare sempre addosso da rinforzare dopo un anno.

Il brevino era un sacchettino quadrato di stoffa rossa di un centimetro per lato imbottito con qualcosa e cucito a mano.

Non doveva mai essere aperto né bagnato. Chi non aveva resistito alla curiosità vi aveva trovato dei grani marroni, sale grosso e polvere indistinta.

Dall’Ausilia non andava solo il quartiere, in genere per malattie, ma spesso per amore. Aveva anche un pubblico di professionisti, uomini della medicina e della chirurgia che, si diceva, si consultassero da lei prima di intervenire nei casi oscuri e complessi.
Ma anche le colleghe di fronte ai casi disperati dicevano: “Qui ci vuole l’Ausilia”.

Questo accadeva intorno agli Settanta che, detto così, pare l’altro ieri, mentre a camminare oggi in via della Viola e in Via Imbriani, sembra un racconto del primo Novecento.