Mille sfumature di grigio 

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di Stefano Ragni

pubblicato il 18 gennaio 2017 12:21:22

Mille sfumature di grigio nella tastiera di Christian Zacharias, un pianista serio e concentrato tanto da sembrare compassato.

Ma, come si sa, un musicista che organizza una sua serata ha comunque un suo progetto in testa, e ordina i gli spartiti che suonerà in una scansione dove non tutto, necessariamente, è al top del suo interesse.

Non ha stupito quindi avvertire che nella prima parte della sua serata per gli Amici della Musica di Perugia il grande pianista tedesco sia stato piuttosto svagato nella distribuzione della sua attenzione a tre pagine congegnate male e risolte peggio.

Aprire con la minore di Schubert, la seconda, la D 537, presuppone un’antecedente, che è proprio il Beethoven collocato invece in seconda e terza posizione.

Che poi, quando sono la sonata op. 90 e la delicatissima op. 109, presuppongono a loro volta un legame consequenziale che non c’è.

Insomma l’impressione condivisa da molti ascoltatori è stata una diffusa mancanza di prospettive e una navigazione a vista che più di una volta ha provocato anche qualche lieve sbucciatura tecnica.

E’ probabile, ma non certo, che Zacharias consideri la sua anodina carriera direttoriale superiore a quella pianistica e si comporti di conseguenza, ma questo comporta dei rischi, soprattutto da parte di un pubblico come quello perugino che non è certo disinformato, né ingenuo.

Superata la prima parte, si è avvertita nella seconda la risolta e auspicata concentrazione interpretativa.

Ora Zacharias è sembrato veramente voler dire qualcosa di buono e questo è avvenuto all’interno del contorto e spigoloso percorso delle “Danze dei Compagni di Davide”, l’opera 6 di Robert Schumann.
Nella mente dello stravagante e infocato compositore gli adepti della Lega dei Compagni di Davide erano una sorta di aderenti al movimento a Cinque Stelle, una compagine turbolenta, contestativa, antiborghese e “antitutto”.
Peccato che poi, in realtà, questa Lega esistesse solo nella mente turbata dell’autore.
Vagamente autistico, chiaramente schizofrenico nella immedesimazione nei personaggi della sua fantasia, duplice specchio di emozioni e di pulsioni di cui l’op. 6 si arricchisce a ogni passaggio, con esiti che non riescono a raggiungere il capolavoro solo per la forzata frammentarietà del pezzo.

Qui Zacharias ha trovato veramente la sua cifra migliore, regalandoci momenti che, se non erano proprio coinvolgenti, assumevano comunque le sembianze di un percorso condiviso e che, in più di un numero, hanno fatto brillare quella tinta argentea che è la migliore patina di cui il pianista sa avvolgere le sue interpretazioni.

Due fuoriprogramma, uno Schumann ancora, ma solo una esposizione “di ufficio” e poi una scintillante lama tagliente, la sonata di Scarlatti.
Con un affondo, finalmente, da grande pianista.