Mauro Poponesi, cacciatore di bellezza di

| Intervista al famoso artista di Magione |

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Mauro Poponesi

di Elia Francesco Fiorini

pubblicato il 01 luglio 2017 11:53:17

Siamo a Magione, sul finire di una calda giornata estiva, ed una certa curiosità ci ha spinto a suonare il campanello di Mauro Poponesi, uno degli artisti più noti della regione, pittore più volte citato nell’Enciclopedia dell’Arte Italiana e memore d’innumerevoli riconoscimenti in campo nazionale ed internazionale.

Così, dopo un paio di rampe di scale, con sorriso gentile, il maestro Poponesi ci spalanca la porta per farci entrare in un’inaspettata dimensione: il suo appartamento, che non potrebbe non definirsi per antonomasia l’atelier di un artista.

Nulla però a che vedere con la confusione di un bohémien, al contrario, l’atmosfera è talmente ricca e curata nel dettaglio d’ogni richiamo alle arti figurative, che pare di essere dentro un grande quadro manierista.

Ogni oggetto racconta, nella sua giusta posizione, il vissuto di una lunga e meticolosa ricerca, la stessa attenta opera che il nostro, con maestria, imprime da decadi alle sue tele.
Drappi porpora accolgono cimeli, alcuni busti, ovunque ricercatezze del passato, dappertutto libri, tappeti in pendant.
Pare che non vi siano mai state pareti in questo mondo, non c’è via di scampo, è come se non vi fossero prospettive, se non nelle fughe dei suoi paesaggi dipinti, che ci portano lontano e vicino, circondandoci ad ogni altezza.

Mauro, cosa significa per te condividere la quotidianità con tutti questi oggetti?
«Circondandomi di opere, di bellezza, sopperisco al disagio che provo nello stare con le persone.
Fin dall’infanzia ho avuto questo problema.
Essendo oggetti inanimati, che non possono farti del male, tu puoi attribuire loro una personalità, un’anima, una voce.
Qui dentro, per me, è tutto in continuo movimento, io vedo tutto vivo: sono forme, idee che si trasferiscono in me e fecondano l’ispirazione, ovunque vi sono stimoli continui d’amore per il bello».

Mauro, raccontaci, quando è iniziato il tuo viaggio d’artista?
«Scoprii di avere una certa attitudine al disegno sui banchi di scuola, in senso letterale, perché il mio banco era sempre pieno di schizzi, con quello che ben si immagina ne potesse conseguire…
Amavo veder fluire linee e forme mentre uscivano dalla mia mano e così, presi consapevolezza del desiderio di creare.
Gli studi di geometria poi, mi diedero la padronanza delle assonometrie, delle prospettive, del gioco delle linee di fuga.
Da lì, incominciai a capire quanto fosse importante l’allenamento della mano per non perdere la rotondità del tratto, e, ci tengo a precisare, non ho mai avuto maestri. Quello che ho fatto e continuo a fare è tutto frutto di prove ed errori personali.
Il disegno mi ha accompagnato, senza più lasciarmi, in ogni tappa della vita, persino sotto le armi la mia attività è stata intensa.
Disegnavo per gli altri, per i commilitoni, per gli ufficiali, scandendo i momenti importanti di quella realtà.
Eppure, una grande prova mi si impose a 22 anni, come naturale conseguenza delle cose: avevo, sì, una buona padronanza del tratto, ma ero tormentato dal colore, era giunta l’ora di passare dal disegno alla pittura».

Come è stato il passaggio dal disegno alla pittura?
«Debbo riconoscere che non è stato un passaggio facile.
Ammetto di aver sofferto d’una grande frustrazione per il fatto di non riuscire ad essere, con la pittura, all’altezza del disegno, e questo per un bel periodo.
Volevo che subito il dipinto divenisse opera, ma questo non accadeva.
I miei primi quadri sono tenuti nascosti, sono stati frutto di un certo “odio” e tutt’ora mi servono, come monito, per tener presenti i copiosi errori.
Ad un certo punto però mi misi a ragionare, e mi chiesi: quali strumenti mi mancano?
Individuai così due ingredienti.
Il primo era riuscire ad osservare, ad ascoltare il soggetto nel suo più millimetrico dettaglio ed il secondo lo individuai nell’esaltazione dei colori a partire dal contrasto tra luce ed ombra.
Capii inoltre una cosa fondamentale e cioè la riduzione del numero dei colori: in realtà meno colori usi e più riesci a cogliere tutte le sfumature del soggetto. Rubens e Rembrandt mi hanno mostrato la via e ad oggi, dopo trent’anni di costanza, riesco a riprodurre qualsiasi sfumatura cromatica partendo dall’uso di ben soli 6 tubetti di colore».

Gli immancabili richiami alla classicità, il curato realismo del quadro, quand’è che senti che l’opera è compiuta?
«Cerco continuamente di imitare la natura e di migliorarla laddove essa non si presenta al massimo della sua bellezza.
Alla natura, che prendo a modello, aggiungo pochi semplici tocchi di pennello che rendono davvero compiuta l’opera e che sono la soddisfazione del mio talento. Ma, prima di questo, devi arrivare ad un punto in cui hai così tanta familiarità con il lavoro, da sentire che dei suoni si generano all’interno dell’opera.
E’ però un bel travaglio. La tela bianca all’inizio è spaventosa.
E poi, nel passaggio dal disegno al dipinto, la tela si stanca. Il disegno deve essere leggero, impercettibile sotto il colore e devi raggiungere una grande sicurezza, che si ottiene soltanto dopo aver capito il soggetto senza aver lasciato nulla al caso. Soltanto allora, piccole pennellate di ragguaglio sono il compimento del tutto e ti ripagano d’ogni tribolazione».

Come si pone l’opera tua in rapporto all’arte contemporanea?
«Sono profondamente convinto, e non riesco a credere diversamente, che le opere astratte, le istallazioni contemporanee in genere, che così tanto vanno di moda, nascondono una sorta di disprezzo verso la bellezza.
Molti, non sapendo rappresentare la bellezza del mondo con pazienza ed esercizio, preferiscono la via decostruttiva, la via astratta, che porta ad un vero e proprio sfregio di ciò che è bello.
Al massimo l’arte diviene passatempo, un gioco di distrazione nella società del mordi e fuggi. Allora, con qualche mezzo ed un po’ di fortuna è soltanto il lavoro dei critici che ti rende artista riconosciuto.
La classicità, invece, il rappresentare partendo dalla natura, dalla realtà di ciò che si vive e si vede, doneranno sempre una bellezza comprensibile nel tempo, aldilà di ogni possibile cambiamento sociale, culturale, linguistico.
Soltanto in questa concezione classica dell’arte, si perviene a ciò che è veramente messaggio universale. Rimango pertanto fedele al vecchio adagio del Da Vinci: “Povera è quell’opera d’arte il quale maestro avanza il giudizio suo”.
L’opera non va spiegata, ma deve parlare da sola a chi s’accosta ad essa».