Le persone belle esistono

Maratoneti: Airoldi e Ortégu

0
911
Carlo Airoldi

 

Le bellissime storie che ti ripagano di tutto.

Correva l’anno 1896, era l’8 settembre. A Torino erano in 11 pronti per la sfida sportiva più pazza del mondo. Torino-Marsiglia-Barcellona.
Con un regolamento rigidissimo. Avrebbero dovuto correre sempre in gruppo, nessuno vinceva le tappe che erano di 70 chilometri giornalieri, perché dovevano arrivare insieme. Se uno rallentava, tutti rallentavano.

La competizione era stata organizzata da un’associazione umanitaria per la pace tra i popoli.

Dopo il brindisi in piazza Carlo Felice, la partenza: nove piemontesi, un lombardo Carlo Airoldi e un francese Louis Ortégue.

A tutti la dotazione di un libretto di istruzioni che, ad ogni tappa, doveva essere convalidato da un rappresentante della competizione.

Lungo il cammino complesso e impegnativo Carlo Airoldi e Louis Ortégue capiscono di essere i più forti e che la sfida sarebbe stata tra loro due, entrambi di 26 anni.

Si guardavano, non benevolmente. Il francese non apriva mai bocca, l’espressione da orso, mai un gesto, mai un sorriso. Solo occhiate anche fulminanti.

Carlo Airoldi tutto sembrava meno che un maratoneta: era alto 1,60 e un torace di 120 cm, quasi sgraziato a vedersi.
Ma aveva già corso nella Lecco-Milano e nella più prestigiosa Milano-Torino.

Lavorava come operaio a Milano e per procurarsi i soldi per partecipare alla corsa aveva fatto, oltre l’orario di fabbrica, altri lavoretti, vincendo a braccio di ferro e al sollevamento pesi.

Louis Ortégue invece aveva un fisico perfetto ed era diventato famoso per aver battuto, più di una volta, il campione Achille Bargossi, detto appunto la Locomotiva umana.

Da Torino passarono le Alpi e all’arrivo a Ventimiglia il gruppo aveva perso già cinque concorrenti. Da Ventimiglia attraverso la Provenza, con tappe a Nizza, Tolone e Marsiglia.

Verso il confine spagnolo con tappe a Nîmes, Montpellier e Perpignan.

L’ultima tappa era di 14 chilometri, da Figueras a Barcellona.

Una tappa speciale quella di Figueras perché da quel momento ognuno avrebbe potuto lasciare indietro il gruppo e correre verso la vittoria.

Ma era anche il percorso più duro e accidentato, buche, fango, guadi e due settimane di corsa sulle gambe.

Ma il lombardo e il francese sempre insieme, sempre in silenzio, solo occhiate furtive e di sfida.

A Figeras, prima della tappa finale, Carlo Airoldi aveva i piedi pieni di vesciche, così doloranti da non poter dormire. Inutili i massaggi che tentava da solo.

Il francese, di stanza con lui, si era alzato e avvicinato ai piedi del rivale, sempre in silenzio, aveva tirato fuori una pomata bianca con la quale aveva massaggiato le ferite per poi fasciarle.

Al mattino Airoldi stava perfettamente in piedi e le vesciche erano pressoché sparite.

Via, insieme, per l’ultima tappa.

Staccano subito gli altri tre di diversi chilometri e, insieme, sempre insieme corrono verso la vittoria finale.

A turno, uno dei due, prova a staccare l’altro che, però subito lo raggiunge. La situazione di parità continua per quasi tutto il percorso.

Fino al colpo di scena.
Airoldi si gira attratto da uno strano rumore e vede Louis Ortégue accasciato a terra colpito da crampi ad entrambe le gambe.

Che fare? E’ ad un chilometro dalla vittoria di cui ha bisogno per cambiare vita, per vincere le cinquecento pesetas.

A volte, si decide di essere quello che si è, in pochi secondi.
Airoldi raggiunge il compagno se lo carica sulla schiena fino al traguardo.

Alla striscia d’arrivo dice: “Io sono il primo e questo è il secondo”.
Sempre insieme, le cinquecento pesetas se le dividono.

Le storie che sembrano leggende.