Le foto narranti di Claudio Bianconi

| A colloquio con il giornalista-esploratore |

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di Claudio Bianconi

di Stella Carnevali

pubblicato il06 giugno 2017 14:25:21

La fotografia era considerata, a ragione, nel Novecento, un servizio tecnologico o poco più.

Negli ultimi vent’anni si è caratterizzata per essere un’arte a cui lo stesso Walter Benjamin avrebbe riconosciuto il valore dell’opera, in quanto unica, originale e provvista di aura.

Ma questo potrebbe non bastare per certi artisti. Che danno allo scatto il valore di linguaggio contemporaneo specie se inserito in un contesto crossmediale.

E’ di Claudio Bianconi che parliamo, giornalista umbro, che afferma l’assenza di distinzione tra essere giornalista e artista di fotografia. Fanno parte della stessa espressione comunicativa.

Le sue opere. Soprattutto le ultime. Il cui risultato, lui sostiene, suggerisce la ricerca di una certa luce degli impressionisti francesi.

In parte è così per quelle visioni, a volte acquerellate, a volte come viste attraverso una goccia d’acqua, o come quando si riemerge e si vede tutto un po’ evanescente.

Ma c’è molto di più. Grazie alla tecnica certo. Ma è sempre lui che decide.

Se lo spettatore quando guarda una foto, diciamo classica, vede qualcosa che appartiene al passato, un attimo che è stato e che non c’è più. Il tempo dello scatto già dietro le spalle.

Ecco che Bianconi supera questo limite restituendo ai soggetti un work in progress.

Le figure sembrano doppie, triple, come se percorressero uno spazio, inserendo così il tempo che genera nello spettatore un’idea di movimento verso un che lontano.

Introducendo così il senso del futuro, del cammino tra le velature del paesaggio dove scompare la parola immortalare.

Claudio, la parola non è dunque più esaustiva?
“L’informazione sta cambiando rapidamente, i linguaggi si fondono l’uno nell’altro. E tra questi l’immagine assume un rilievo particolare. A volte può sintetizzare meglio di un lungo discorso. Barthes, nella Camera chiara, mette in evidenza l’importanza di due punti che chiama spectrum e punctum. Il primo è il soggetto immortalato, il secondo è l’aspetto irrazionale ed emotivo che lo spettatore coglie nella foto”.

E la parola dove la mettiamo?
“Resta insostituibile, ma non l’unica e non da sola. La necessità è quella di una “storia narrata” articolata con immagini, filmati e quanto altro serva alla narrazione completa. Si pensi che il premio Pulitzer dell’aprilel 2013, nella categoria feature writing, si intitola Snow Fal (cascata di neve), ed è il racconto crossmediale, cioè testuale, video, fotogallery e animazione tridimensionale, di una valanga che ha colpito la località di Tunnel Creek il 19 febbraio del 2012, provocando alcuni morti, sciatori molto noti nel mondo del free sky. E’ firmato da John Branch ed è stato pubblicato dal New York Times versione digitale”.

Tutto è cambiato dopo Internet?
“Era inevitabile. La tecnologia alla portata di tutti ha anche fatto credere che fossero degli esperti, soprattutto nella comunicazione”.

Questo nei social network?
“Anche attraverso i social, dove se spesso si assiste a discussioni da bar. La differenza tra un sito di informazione e un social è la veridicità”.

Anche quando è esasperata e drammatica?
“E’ fondamentale trovare l’equilibrio tra i fatti e la loro ricaduta. Noi giornalisti non siamo ben visti dalla pubblica opinione. Ma in Italia non abbiamo una tradizione come quella anglosassone, molto più indipendente dai poteri forti”.

Come si potrebbe definire questa nuova forma di comunicare, ma anche di informare?
“La forma più valida in questa fase di transizione del giornalismo, così come lo abbiamo conosciuto, è la storytelling, la capacità cioè di andare a scegliere cosa dire e di saperlo raccontare. Oggi il giornalista è anche un regista”.

Per questo non c’è distinzione tra fare il giornalista e le tue foto artistiche?
“In entrambi i casi si sperimenta, si cercano nuove forme d’espressione anche se, nel mondo del lavoro in generale, la curiosità è sovversiva. Viene considerata come un uscire dal gregge, un tradire in qualche modo”.

Dopo Mimo.se, come sarà la prossima mostra?
“Si chiamerà Selenica, da luna, e sarà sempre una riflessione sull’universo femminile. In particolare quello che sente la necessità dell’omologazione, di nascondere la proprio vita dietro un tiraggio chirurgico. Cosicché il viso non racconta più, non esprime, e tutti i visi così trattati sembrano uguali. E pensare che Kosmos dal greco significa ordine, da cui viene anche cosmesi, rimettersi in ordine, non deformarsi”.