La vita di Francesco d’Assisi 

| Luoghi e tappe dello spirito |

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Stella Carnevali

pubblicato il 04 settembre 2017 16:39:01

Francesco, ricco figlio di mercante.
Nasce nel 1181 o 1182 ad Assisi mentre il padre mercante è in viaggio verso le fiere francesi della Champagne. Al suo ritorno dà al figlio il nome Francesco, il francese, al posto di Giovanni scelto dalla madre Monna Pica.
Fino a 22 anni Francesco fa la vita del giovane gaudente. Assisi entra in guerra e lui partecipa alla difesa della città.
E’ il tempo del sacro romano impero. Di Federico Barbarossa che, nel 1186 accoglie ad Assisi Costanza d’Altavilla per poi sposarla a Milano. Sigla dell’alleanza germanica con il regno delle due Sicilie. Il papato era dunque circondato. (piazza del mercato ad Assisi)

Assisi sotto scacco.
La città è controllata da Conrad di Lutzelhardt del ducato di Spoleto. Il papa è Innocenzo III. Ma la città è divisa in due fino alla guerra civile.
E’ il 1198, il papa tenta la tregua ma gli assisiati avevano demolito la rocca e usato le pietre a rinforzo delle mura. Assisi è in guerra sia con Spoleto che con Perugia, rivale di sempre.
Nel 1202 gli assisiati attaccano Perugia da Ponte San Giovanni. Sconfitti, sono prigionieri nel carcere di Perugia. Tra loro Francesco che vi resta un anno. E’ ben vestito e stupisce tutti, per la sua socievolezza. Conosce qualche parola di francese. Ritenendolo di rango importante lo mettono nella prigione migliore.

Francesco va in guerra.
Vuole diventare cavaliere ma, non essendo nobile, o sposa una fanciulla nobile o si copre di gloria in battaglia.
Si arruola alla guida di Gualtieri di Brienne a cui il Papa affida la spedizione di Puglia. A Spoleto Francesco si ammala, ma non rinuncia.
Nel dormiveglia della malattia ode una voce che gli chiede: ”Francesco, chi ti può giovare di più: il signore o il servo, il ricco o il poverello?”.
E Francesco: ”Il signore e il ricco”. “E allora perché lasci il signore per il servo. Dio così ricco per l’uomo povero”. “Cosa voi faccia Signore?”.
“Torna alla tua terra”. (campagne di Spoleto)

Un giorno da mendicante.
Torna ad Assisi ed organizza per amici e parenti una grande festa. Comincia la sua trasformazione, aiuta sempre più i poveri: per strada svuota le borse di denaro nelle mani dei mendicanti, regala i suoi vestiti. Cerca la solitudine, la meditazione.
Vive in grande confusione. Va in pellegrinaggio a Roma, è il 1205 e sui gradini di San Pietro vede una folla di mendicanti.
Scambia i suoi abiti con uno di loro e si finge francese per vivere un giorno da povero. Torna a casa dove il padre, Pietro Bernardone, ha ormai perso ogni speranza di vederlo cavaliere e sposo di una giovane nobile. (loggiato di san Pietro a Roma)

Il bacio al lebbroso.
E’ il giorno decisivo per la chiamata a Dio. Ad Assisi intorno al 1205 sta passeggiando a cavallo tutto bardato da nobile quando vede avvicinarsi un lebbroso. Scende da cavallo l’abbraccia e lo bacia e gli lascia del denaro tra lo stupore dei presenti.
E’ sempre più confuso.
Da quel giorno va a trovare i lebbrosi, dà loro del denaro, li abbraccia, li conforta.
E dirà: “Il Signore concesse a me così a far penitenza, poiché essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi. Il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. Ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo”. (nelle campagne di Assisi)

La chiamata.
Sempre più in solitudine, diserta la compagnia degli amici. E’ a cavallo senza una meta precisa quando imbocca la stradina che va verso la chiesetta diroccata di San Damiano. Entra a pregare, fissa il crocifisso bizantino quasi a chiedere una risposta ai suoi dubbi. E sente di nuovo la voce.
“Va’ e ripara la mia chiesa che, come vedi è tutta in rovina”.
All’uscita cerca il prete al quale dà del denaro affinché il lume posto davanti al crocifisso resti sempre acceso. Crocefisso che ora è nella basilica di Santa Chiara. (chiesa di san Damiano Assisi)

La ribellione. è il 1206.
Francesco porta alla fiera di Foligno le stoffe da vendere. Finita la fiera consegna il ricavato al sacerdote di S. Damiano, che però non volle accettarlo. Lascia il cavallo ed erra per le campagne. Il padre lo cerca.

Lui è in una grotta, digiuna, piange e prega. Torna a casa ed affronta la famiglia e tutta la città. Ma stavolta il padre lo denuncia per riavere il denaro. Francesco si difende dicendo che, essendo entrato al servizio di Dio, e non può essere giudicato dal tribunale degli uomini, ma solo dalla chiesa. Così viene deferito al vescovo di Assisi. (piazza del mercato Foligno)

La scelta.
Famoso il contradditorio con il padre davanti al vescovo di Assisi e il pubblico curioso nel 1206. La pretesa paterna è quella di vedersi restituito il denaro. Francesco si ritira per poi comparire completamente nudo dichiarando che dal quel momento suo padre è solo Dio. Poggia ai piedi del vescovo il denaro sopra gli abiti che si è tolto pregando: “Padre nostro che sei nei cieli… “ Bernardone lascia la scena furibondo non senza essersi ripreso vestiti e denaro. Mentre il vescovo commosso abbraccia Francesco coprendolo con il suo mantello. (nella piazza di Assisi)

La nuova vita.
Veste di panno ruvido con una corda in vita, pratica il digiuno, prega e fedele alla voce va per le strade di Assisi chiedendo pietre per ricostruire la chiesa di San Damiano. Le porta in spalla e ricostruisce. Mendica il cibo.
Si libera anche del saio che gli dà un’aura di rispetto, per confondersi tra i poveri, vivere tra gli esclusi. Predica per le strade, non in latino, ma nella lingua del popolo. E cominciano ad arrivare i fratelli: il primo è Bernardo da Quintavalle, altro ricco assisiate, poi Pietro. Vivono in una capanna vicino alla chiesetta della Porziuncola. (raccoglie per le vie di Assisi pietre per San Damiano).

La predicazione.
E’ il 1208 quando Francesco decide di lasciare di nuovo Assisi con i suoi fratelli. Mettersi in cammino per predicare la parola del Signore. Molti li prendono per pazzi quando esortano alla pace e alla penitenza. Soprattutto la curia guarda con imbarazzo il rifiuto di Francesco non solo di non possedere alcunché, ma di donare tutto a chi è povero. Porta la parola del Vangelo ma parla la lingua dei poveri, vuole farsi capire e soprattutto vuole che lo considerino uno di loro. (Umbria le strade dei pellegrini).

Da Papa Innocenzo III.
Francesco e i fratelli s’incamminano verso Roma per chiedere al papa il permesso di vivere secondo il Vangelo e di predicarlo per le vie. Ma prima di essere ammessi alla sua presenza devono incontrare i cardinali.
E’ Guido, vescovo di Assisi, a presentarli al cardinale Giovanni di San Paolo, vescovo di Sabina. Che interroga Francesco cercando di convincerlo alla vita del monastero o dell’eremitaggio. Niente da fare: né conventi, né beni, la strada e la parola di Dio. Il cardinale è attratto da Francesco tanto che si prodiga affinché venga ricevuto dal pontefice con parere favorevole. (Roma 1209)

L’incontro.
Molte le versioni di questo storico incontro, soprattutto nelle raffigurazioni pittoriche. Innocenzo III, raffinato politico, era favorevole alla vita nella parola del vangelo anche per ridare alla chiesa un credito spirituale.
La quarta crociata del 1204 era finita con il saccheggio e il massacro di Costantinopoli da parte dei Crociati. Inoltre Assisi aveva conservato la sua indipendenza dal papato. E’ Francesco a descrivere l’incontro nel Testamento: “Lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del Vangelo”. Il Papa dà la sua approvazione orale ma solo per predicare la penitenza. (Roma 1209)

La cesta dei pesciolini.
Francesco e i suoi dodici fratelli al ritorno da Roma si rifugiano in una capanna a Rivotorto di Assisi che subito viene rivendicata dal contadino per il suo asino. E tornano alla Porziuncola a Santa Maria degli Angeli, chiesetta che è di proprietà dei monaci dell’abbazia del Subasio. Monaci che tentano di fare dono della chiesetta diroccata a Francesco che rifiuta. Per riconoscenza all’offerta dei monaci decide con i fratelli di portare ogni anno al monastero una cesta di pesciolini. Restano nei dintorni della Porziuncola che per Francesco è il luogo dove ritorna ogni volta che se ne allontona.

Le prime reazioni.
Dimagrito e mendicante incontra il padre che lo maledice. Quando incontra il fratello, questi rivolgendosi al compagno di viaggio con scherno: ”Dì a Francesco che ti venda un soldo di sudore!”. Al ritorno dalle Marche arrivano altri fratelli di Assisi: Morico, Giovanni della cappella e Sabbatino.
Ma i concittadini non approvano ed accusano Francesco e i fratelli di avere abbandonato i propri beni per mangiare quelli degli altri. Povertà e pace come un’unica cosa per Francesco che non toccherà denaro per tutta la vita. (Assisi 1211)

Giullare di Dio.
Così come gli ultimi, i poveri, i mendicanti, i buffoni di corte Francesco viene soprannominato il Giullare di Dio. Va con i fratelli per le strade e nelle piazze a predicare la penitenza. Non va nelle chiese, preferisce la folla del mercato dove può parlare liberamente, spesso canta, racconta della vita degli animali, della natura. Propone il suo modello di vita: povertà e pace come liberazione non solo dal peccato, ma dalla sofferenza. Ed è la sua letizia, la sua gioia, il suo entusiasmo che intriga, seduce, ipnotizza tanto da attirare le simpatie non solo del popolo ma anche di strati della borghesia. (Assisi 1211)

L’arrivo di Chiara, un’altra rivoluzione.
Il 19 marzo 1212 arriva Chiara Scifi. È la figlia di Favarone d’Offreduccio di Assisi. Ha diciotto anni da sola è scappata di casa per raggiungere Francesco alla Porziuncola. La sorella Agnese la raggiunge dopo 15 giorni. Anche uno dei suoi cugini, Rufino ha lasciato tutto per unirsi ai frati. Francesco le taglia i lunghi capelli e le consegna il saio.
Ma deve subito rifugiarsi nel monastero benedettino di san Paolo a Bastia Umbra per impedire al padre e ai fratelli di riportarla a casa con la forza, dove sarebbe stata segregata e in seguito rinchiusa in qualche convento. (monastero benedettino di San Paolo Bastia Umbra)

Chiara a San Damiano.
Poi in un altro monastero benedettino del monte Subasio: Sant’Angelo di Panzo. Calmate le acque, Chiara e le sorelle si trasferiscono a San Damiano, la chiesetta dove Francesco aveva ricevuto la chiamata di Dio di fronte al crocifisso bizantino. Nel 1228 le sorelle saranno diventate cinquanta. Qui viene raggiunta dall’altra sorella Beatrice e dalla madre, Ortolana, rimasta vedova. Il popolo le chiama Damianite, Francesco le dame povere. Diventano poi le Clarisse, dal nome di Chiara, un ordine di clausura. Trascorrono la giornata nel lavoro, nella povertà e nella preghiera. Ma non si allontanano mai dal chiostro.

Verso terre lontane.
Nel 1211 Francesco e i suoi frati prendono il mare clandestino per la Siria dove vuole convertire i saraceni. Scoperto viene lasciato ad Ancona ma l’anno dopo parte per il Marocco rischiando il martirio. Si ammala e torna ad Assisi.
Nel 1219 nuove partenze: Francesco parte per la terra santa. Violando il divieto oltrepassa il confine e va dagli infedeli dove viene condotto davanti al sultano. Non parla di politica solo di dio e turba Meleik Al Kamel che lo fa curare poi lo riaccompagna al confine con tanto di scorta. Nel 1220 torna in Italia, si è intanto ammalato di tracoma e di malaria. (Siria, terra Santa affreschi di Giotto ad Assisi)
I frati dissidenti.
Francesco sta per partire dal Marocco, è il 29 settembre 1220. Lo raggiunge un frate laico che lo informa che i frati rimasti alla Porziuncola hanno adottato il sistema del digiuno degli ordini religiosi Ma Gesù non aveva detto: “Mangiate ciò che vi sarà presentato?”. E che forse i poveri possono scegliere quando digiunare? Il frate che rappresenta le dame povere, ha chiesto a Roma alcuni privilegi. Frate Giovanni forma un nuovo ordine con i lebbrosi. E intanto si è sparsa la voce che Francesco sia morto in Oriente. Nel 1220 i frati sono diventati tremila, alcuni si dividono, altri si allontanano. Serve la Regola.

Dal Papa Onorio III.
Nella primavera del 1220 Francesco di ritorno dall’Egitto sbarca a Venezia per poi dirigersi con i fratelli a Viterbo da papa Onorio III. Intanto anche la quinta crociata si rivela un altro fallimento. Il cardinale Giovanni San Paolo è morto. Onorio III affida al Cardinale Ugolino, vescovo di Ostia di proteggere l’ordine di Francesco.
E con la bolla Cum secundum concede un anno di noviziato a chi vuole entrare nell’ordine francescano. I tempi della spontaneità fraternità sono finiti, ma la Regola diventa indispensabile per conservare lo spirito francescano. (Viterbo)

Francesco si dimette.
Al ritorno da Viterbo il 29 settembre 1220 Francesco annuncia ai fratelli: “Da oggi avanti sono morto per voi. Ma ecco fra’ Pietro di Cattanio, al quale io e voi tutti dobbiamo obbedire”. Quindi si inchina promettendo rispetto ed obbedienza. I frati si ribellano ma lui è irremovibile. L’anno dopo Pietro muore e gli succede Elia da Cortona, ma Francesco resterà sempre il capo spirituale. Lo lacera una contraddizione: rifiuta il potere ed una Regola lo prevede di per sé; come si può tradurre in norma l’imitazione del Cristo? Ma come preservare nel tempo questo spirito? (Assisi Porziuncola)

Le tante stesure della Regola.
La prima era quelle di pochissimi principi approvata oralmente da papa Innocenzo III. Nel 1221 ne viene elaborata un’altra insieme ai fratelli che però non riceve la conferma papale. Resterà come la regola non bullata, cioè non approvata dal papa. Nel 1223 Francesco si ritira in solitudine. E’ nell’eremo di Fontecolombo di Rieti con Frate Leone e frate Bonizzo. Qui rielabora la regola, è il 1221. Il 29 novembre 1223 papa Onorio II approva la Regola con la bolla Solet annuere. L’ordine sì è ingrandito, cinquemila i frati, è retto da un ministro generale e da ministri provinciali. I frati non vivono più per strada ma il loro mestiere è sempre la predicazione. (Rieti)
Nè Preti, né monaci. La regola è scritta. Ma Francesco che è già diacono, non riesce ad accettare il nuovo modo di vivere dei confratelli perché non vuole privilegi. Niente conventi, niente proprietà. La povertà è la regola personale e collettiva. Pure ha dovuto cedere ad una forma di organizzazione dopo la quale sceglie la via della solitudine. Mentre alcuni frati chiedono di diventare sacerdoti. Non vuole mostrarsi ai fratelli perché in lui non vi è più letizia, ma sconforto. Vaga nei boschi e torna alla Porziuncola dove ritrova la pace nella parola del Vangelo. (Assisi)

Monteluco di Spoleto. Vi sorge uno dei tanti luoghi di ritiro spirituale di Francesco. Nel 1218 i monaci eremiti del Monteluco gli offrono la cappella di Santa Caterina, dove oggi sorge il Santuario Francescano sulla vetta monte, circondato e quasi nascosto da una folta boscaglia di antichi lecci. La cappella dentro la fitta vegetazione del bosco diventato sacro. Vegetazione che ricopre il Monteluco alto 800 metri e che congiunge Spoleto attraverso il ponte delle torri. Nella chiesa, la grotta, le cellette e la pietra usata come giaciglio. (cappella santa Caterina- Monteluco di Spoleto)

La predica agli uccelli.
Era solito parlare agli animali e alla natura. Ma la predica rimasta nella storia è quella tra Cannara e Bevagna. Datata tra il 1212 e il 1213 in località Pian d’Arca di Cannara, a confine con Bevagna. Vede un raduno di uccelli, va verso di loro con il suo usuale saluto: “Che il Signore vi dia la pace, fratelli miei lodate il vostro creatore perché vi diede piume per vestirvi, ali per volare”. E gli uccelli lì ad ascoltare” L’edicola di Pian d’Arca, è stata eretta nel 1926 in occasione del VII centenario della morte del Santo. Così come ad Alviano durante una predicazione, si rivolge alle rondini pregandole di tacere per riuscire a parlare. (pian d’Arca- edicola Cannara-Bevagna)

Il lupo di Gubbio.
Risalito il Chiascio si ferma al monastero di San Verecondo a Vallingegno poi a Gubbio dove si rifugia e trova asilo dalla famiglia degli Spadalonga. Per questo Gubbio è considerata la seconda capitale francescana. Qui un lupo terribile terrorizzava gli abitanti. Non divorava solo gli animali, ma aggrediva anche gli uomini. Il santo lo affrontò appena fuori dalle mura di Gubbio nei pressi della chiesa della Vittorina.
Francesco lo cerca, lo aspetta e gli va incontro chiamandolo frate lupo e guardandolo negli occhi. Narra la leggenda che diventasse subito mite come un agnello e che nessuno lo vide più. Una fiaba bellissima rimasta immortale per il suo grande significato (Gubbio: fuori dalle mura romane)
Il primo Natale vivente.
A Greccio di Rieti. E’ il natale del 1223 e Francesco chiede all’amico Giovanni di aiutarlo nei preparativi. Per rievocare la nascita di Gesù a Betlemme. Con della paglia in una capanna. Francesco da diacono predica e canta il vangelo. Il fieno della mangiatoia venne a lungo conservato affinché guarisse altri animali. Scrive Tommaso da Celano che quel fieno messo sulla pancia di alcune donne dal parto doloroso subito le liberasse da dolori e problemi. La scena è rappresentata negli affreschi di Benozzo Gozzoli a Montefalco. (Greccio Rieti)

La Verna e le stimmate.
E’ l’8 maggio del 1213 quando il conte Orlando di Chiusi decide di donare a Francesco questo monte irto ed isolato detto La Verna affinché vi stabilisse il suo eremo. Francesco vi fa ritorno nel 1224 in un viaggio stremante con altri frati ai quali chiede di proteggere la sua solitudine. Solo frate Leone va a portargli dell’acqua e del pane. Il 14 settembre, giorno di san Michele gli appare il serafino. Sparita la visione sul corpo di Francesco appaiono le stimmate. Francesco chiede ai frati di mantenere il segreto. (La Verna il monte Arezzo)

Il cantico delle creature.
Compone il cantico poco prima di diventare cieco per via del tracoma, ma non vuole farsi curare. E’ ospitato a S. Damiano vicino a Chiara e alle sue sorelle. La febbre quartana non lo abbandona mai. Dopo una notte insonne, è il 1225 ha l’ispirazione del Cantico di frate Sole o Cantico delle creature, il suo testamento: “Laudato sie, mi Signore, cun tutte le tue creature, spezialmente lo frate Sole…” Nel 1226, costretto dalla curia, è a Siena per inutili cure. A Rieti gli cauterizzano la parte vicino all’occhio colpito perforandogli le orecchie. (la capanna vicino alla Porziuncola)

La morte.
Il vescovo lo convince ad alloggiare nel suo palazzo vista la gravità delle sue malattie. Ma alla fine dell’estate vuole tornare alla sua capanna. In quei mesi, ormai cieco detta il testamento, il racconto della sua vita e quella della comunità dei frati. Teme che possano, dopo la sua morte disperdersi. Scrive anche a Chiara ed alla sua amica Jacopa di Roma che invita. Jacopa infrange la clausura per porgergli l’ultimo saluto. Chiede di essere steso sulla nuda terra, ricoperto di cenere.
Gli viene cantata una strofa del cantico e la sera del 3 ottobre 1226 muore. E’ dichiarato santo da papa Gregorio IX il 16 luglio 1228; il 25 maggio 1230 ne furono traslati i resti nella Basilica]. (la capanna vicino alla Porziuncola)

L’eredità di Francesco a Spello.
Così come Francesco ha la visione del Signore che gli chiede: restaura la mia casa. Negli anni Sessanta accade un evento simile con frate Carlo Carretto della Fondazione dei piccoli fratelli. Si ispira a Charles de Foucauld.
I Piccoli Fratelli conducono una vita di povertà, condividendo la sorte degli strati più umili della popolazione e svolgendo lavori manuali; vivono tra i diseredati e negli ambienti meno penetrabili dalla normale azione pastorale. Il loro abito tradizionale consiste in una tunica e scapolare bianchi o grigi, con un cuore rosso sormontato da una croce ricamato sul petto. (san Girolamo al cimitero di Spello
Restaura la mia casa. La casa da restaurare come sede della Fraternità viene individuata nel cadente convento di san Girolamo accanto al cimitero di Spello. Il complesso era di proprietà del comune retto dai comunisti. La giunta comunale di Spello il 7 luglio 1965 delibera di affittare per venti anni il fabbricato alla Fraternità di Carlo Carretto per 5000 lire all’anno. Al convento in cui la Fraternità risiede, si aggiungono altre case di campagna sparse sul monte Subasio che vengono trasformate in eremitaggi (Giacobbe, Elia, Charles de Foucauld, San Francesco, Sant’Angela, Santa Chiara. Con la morte di frate Carretto l’esperienza di disperde. (monte Subasio)

Assisi.
Ma Assisi è Francesco. Grazie allo studio di storici del francescanesimo come Don Felice Accrocca. Nato a Cori di Latina nel 1959. Sacerdote della Diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno, Vicario Episcopale per la Pastorale e Parroco a Latina. Studioso di storia medievale, formatosi alla scuola di Raoul Manselli ed Edith Pásztor. Docente nella Pontificia Università Gregoria, Facoltà della Storia e dei Beni Culturali della Chiesa, e nell’Istituto Teologico di Assisi, Licenza in Studi Francescani. Autore di numerosi volumi e saggi, ha dedicato una particolare attenzione a san Francesco e a santa Chiara d’Assisi e alla storia del francescanesimo medievale e moderno. (Aassisi)