La sindrome del debitore

Aiuti un amico, poi quello neanche ti saluta

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Mi devo anche umiliare a chiedere

La sindrome del debitore. Capita spesso che aiutare un amico possa anche significare perderlo.
Magari per un prestito di denaro di cui l’amico o la persona conosciuta, aveva assolutamente bisogno.

Sia nel caso in cui sia difficile riavere indietro il denaro prestato, sia che non lo sia, il rapporto si deteriora.

Fino a fare finta di non vedere l’amico o la persona, quando passa per strada.
Insomma il debitore, o l’ex debitore, manifesta una chiara intenzione di considerare uno sconosciuto colui che lo ha aiutato.

Talvolta è anche peggio.
Il debitore cova un rancore al punto da denigrare il suo benefattore.

Nel caso di un prestito in denaro, se e una volta restituito, il debitore dovrebbe sentirsi alla pari, non deve più niente a nessuno.

Resta però  un rumorino di fondo nell’animo del beneficiato, rumorino che gli ricorda di essere stato inferiore o, come si dice, in stato di bisogno.

A prendere le redini del rapporto è l’orgoglio, che tiene conto di quel fatto che lo ha posto un gradino più in basso dell’altro.

Famoso è il detto “vai a fare un favore ad un amico…”.

Quando invece il favore non è restituibile perché mette in contatto il bisognoso con chi può risolvergli il problema. Magari assume o fa assumere un familiare, sistema, grazie alle sue relazioni, una situazione incresciosa.

Ecco nelle maggioranza di questi ultimi esempi, è possibile che si rompa del tutto il rapporto e inizi il rancore.

Sentirsi inferiori o sentirsi in colpa per aver avuto bisogno, scatena nel debitore una reazione opposta a quella che ci si aspetterebbe, cioè la riconoscenza.

Paradossale, ma succede spesso.

Non dipende dal tipo di realtà in cui si è immersi. Non serve invocare i condizionamenti competitivi imposti da una società del benessere, né da una sottosviluppata.

E’ una reazione strutturale. Quando anche ci si sdebita, lo si fa con quell’impeto di risalire il gradino, di sentirsi alla pari.

Meglio aiutare uno sconosciuto.
Il benefattore non si aspetterà riconoscenza, lo sconosciuto sparirà dalla vista e forse ricorderà la cosa con piacere.

Insomma sia aiutare, che essere aiutati crea un conflitto di relazione.

Basta saperlo.

Questo spiega come mai sia più facile adottare un bambino a distanza, fare beneficenza o l’elemosina. Piuttosto che aiutare il vicino di casa o il collega di lavoro.

Il senso di colpa del benefattore si forma perché è, anche suo malgrado, in una posizione sociale avvantaggiata, dunque, la colpa,  si lava meglio a distanza.

di Stella Carnevali