La periferia della coscienza 

Teatro di Colombella, 14 gennaio alle 21

0
3004

Redazione

Emanuela Faraglia

Umbria Libera

pubblicato il 15 gennaio 2017 09:49:10

In via del campo c’è una puttana…, comincia il viaggio intorno al mondo di Fabrizio De Andrè, il sipario si è alzato. Pendono dalla graticcia quindici corde annodate a varie altezze da cui dondolano, come pendoli del tempo, i piccoli cubi dipinti dell’artista Carlo Carnevali, sua la scenografia.

Sulla destra le corde trattengono un’altalena. Michele Rosati alle tastiere e chitarra, sì proprio lui il maestro della scuola Il Pentagramma di Perugia, dal timbro vocale perfetto per le poesie di De Andrè. L’attrice Emanuela Faraglia apparecchia la scena, un grosso gomitolo di lana rossa, abiti in un piccolo baùle, guanti al gomito, rossi di raso, tra le corde, un manichino bianco di gommapiuma. La sua voce recita il prologo, scritto da Rosati, che precede quasi ogni canzone. Le parole ora dolci, ora scanzonate, tagliano la platea nel silenzio totale che durerà fino alla fine.

S’apre per tutti l’esperienza a quattro dimensioni con gli occhi incollati sulla Faraglia che mette in gioco la grazia innata del suo corpo, leggero e danzante. Quella leggera inclinazione a sinistra della testa, che scuote i capelli appena più lunghi, e i ricordi a varie età di vita evocati dai testi, come nuvolette sopra gli spettatori, che cantano con voce muta, quelle perle del genovese mandate a memoria.

Una prova d’artista per la Faraglia che interpreta tutti i personaggi, femminili e maschili. Quando indossa un giaccone militare sono in molti a pensare “Sparagli Piero, sparagli ora… Ninetta mia a crepare di maggio ci vuol tanto, tanto coraggio”. Il Giudice. Ma è nel Figlio di Maria che l’attrice fa luccicare gli occhi, a qualcuno scende una lacrima, qualcuno tira su col naso. “…nella fatica del tuo sorriso/ cerca un ritaglio di Paradiso/per me sei figlio vita morente/ti portò cieco questo mio ventre/come nel grembo e adesso in croce/ti chiama amore questa mia voce/non fossi stato figlio di Dio/t’avrei ancora per figlio mio”.

Poi inizia il canto mentre la Madonna s’accascia vinta dal dolore, un dolore silente, piagato, la testa poggia sul pavimento e nello sguardo l’urlo di Munch che raggiunge tutti.

Si cambia con la Ballata dell’amore cieco o della vanità. Adesso fa la sciantosa e quando lui, manichino di bambagia, muore per lei tagliandosi le vene, lo tiene per la vita e balla lungo il proscenio con grazia, malizia e cinismo.
“Ricordi, sbocciavan le viole, l’amore che strappa i capelli è finito ormai…” Appende i cartelli che scrive ad uno ad uno “Sul nostro cammino verso l’infinito”, “E magari sederci sotto l’albero” “E fare un po’ di strada insieme. “Non ti voglio mai rinchiudere”.
Standing ovation

Il teatro Bonucci di Colombella, una piccola frazione di Perugia,
al suo secondo anno, con tanto di palinsesto a tre mesi, grazie all’associazione Amici del teatro di Colombella, presidente la vulcanica Monica Rosati, direttore artistico Leandro Corbucci. Oggi, domenica 15 alle 17, Quando il mare si stanca di essere cattivo di e con Anna Stromillo. Ogni sabato e domenica fino al 26 febbraio. Per proseguire nel mese di marzo con la rassegna dialettale Donc…alor! diretta e ideata da Leandro Corbucci. Il teatro, cento posti che non bastano mai, è sempre pieno. E’ tornato a vivere grazie ai cittadini di Colombella con tanto volontariato e un pubblico raffinato.