La leggenda di Checco la guardia 

| Italo Calvino l'avrebbe adottato |

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Checco la guardia

Stella Carnevali

pubblicato il 17 febbraio 2017 17:03:46

Checco la guardia, tutti lo chiamavano così a Spello. Negli anni Sessanta era dipendente comunale. Stava all’anagrafe, era messo notificatore, persona di fiducia del sindaco, addetto al traporto medicinali, fotografo, artista, e anche vigile urbano. Un omone che trovava soluzioni per tutti.

Quando arrivavano cittadini dalle montagne di Collepino o San Giovanni per farsi la carta d’identità perché dovevano andare a testimoniare in tribunale. E non c’era tempo per le foto. Checco apriva un cassetto pieno di copie di foto tessera, che lui stesso scattava, ne sceglieva una somigliante e diceva. “Ecco fatto vai, sembri proprio tu, anche i baffi”. Se incontrava qualcuno disperato con una bolletta in mano, gliela prendeva dicendo: ”Ci penso io”. E la pagava. Tanto che raccontano in paese che la moglie, alla fine avesse chiesto la delega a riscuotere lo stipendio.
Non poteva farci niente, Checco, di fronte a un problema doveva aiutare, risolvere. Ad un pranzo di matrimonio era stato chiamato per scattare le foto dell’album. Erano arrivati all’ammazzacaffè e lui ancora scattava, scattava. Al che lo sposo lo chiama e gli dice: “Checco ma quanti rullini hai scattato?”. E lui: ”Eh, è un pezzo che l’ho finiti, ma loro si divertono tanto”. Generosità senza limiti.

Ogni tanto qualcuno dalla campagna o dal Subasio veniva a farsi le foto, magari di famiglia. Per non dire che aveva finito i rullini e non poteva comprarli, dilazionava nel tempo, con queste istruzioni: “Vai a mezzogiorno, mettiamo a Collepino, di fronte al sole per cinque minuti, fermo, mi raccomando, fermo. Ripassa tra quindici giorni a ritirare la foto.” Puntuale, l’interessato, al quindicesimo giorno si presentava e Checco faceva finta di cercare tra le foto. Poi diceva: “Non è venuta, ti sei mosso, eh?” E l’altro ammetteva che cinque minuti sono lunghi e non era riuscito a stare immobile. Ma intanto Checco aveva comprato i rullini e rimediava.

Aveva come mezzo di trasporto del comune un vespone che trattava con grande cura e di cui andava fiero. Come messo notificatore doveva percorrere n vasto territorio, in prevalenza in campagna e in montagna. Oltre ad andare a Roma a fare scorta dei farmaci che servivano al paese. Comprese le urgenze. Un giorno il sindaco gli commissiona di andare a Roma a prendere centomila unità di penicillina. Abituato a confezioni ingombranti, si adoperò per risolvere. Era passato da tutti i conoscenti facendosi dare da ciascuno una valigia. Radunatene cinque, si era organizzato per legarle dietro e ai lati del vespone. Una anche davanti, tra le gambe. Giunto all’ufficio per ritirare la certificazione per il ritiro della penicillina, il sindaco, che era anche medico, gli fa notare che centomila unità di penicillina erano contenute in una piccola scatola. Ma lui aveva risolto anche quello che aveva ritenuto essere un possibile problema.

Nel tempo libero faceva quadri che nessun cittadino di Spello cederebbe a qualunque prezzo. Erano fatti con le monete: cavalli, maschere e altri animali, Con i primi accendini colorati. Tutti incollati sopra un supporto in legno, con tanto di vetro e cornice. Era fratello del poi diventato artista celeberrimo, Norberto (Luigi Proietti Bocchini nella vita) che prima di fare il pittore, faceva il sarto.

A 16 anni, Checco era partito con gli altri volontari, nel 1944 dalla piazza principale di Spello per andare a liberare Alfonsine assediata dai tedeschi durante il passaggio del fronte. Norberto ne fece un quadro a olio con tutti quelli che, quella mattina innevata, salirono sul camion. Se ne riconoscono i volti. Qualcuno non è tornato. Al suo funerale, era gremita non solo la chiesa di santa Maria Maggiore, ma l’intero paese, fin fuori le mura.
Diversi anni dopo le è stata intitolata una piazzetta che guarda il Subasio, accanto alla piazza principale. Sulla piastra di marmo: Francesco Proietti Bocchini, detto Checco la guardia.