La bella in mano al boia” 

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La compagnia
La condanna

di Stefano Ragni

pubblicato il 12 agosto 2017 15:43:01

“La bella in mano al boia” è un romanzo di Uguccione Ranieri di Sorbello.
Probabilmente è la storia più famosa della città.
Quando nel 1965 apparve, in volumetto per la casa editrice Rizzoli, divenne subito un libro di culto.

Tutta la generazione di quanti oggi hanno dai sessanta ai settant’anni la lesse, la possedette e la regalò.

Un successo editoriale che non ha conosciuto flessioni, ma solo riedizioni e continue richieste da parte del pubblico.

Soddisfatto oggi da una ultima emissione in brossura che rischia di essere spazzata via, complice anche questa folata di revisionismo storico che interessa la città delle manifestazioni di Braccio 1416.

Chi aveva scritto questa autentica cronaca stendhaliana era un illustre giornalista appartenente ad una delle più antiche famiglie perugine: si dice che la casata scendesse in Italia con Carlo Magno. E forse c’è del vero.
Non inerte davanti alla vita, Uguccione Ranieri – così si firmava – si era guadagnato del 1945 una medaglia d’argento per la sua opera a favore del salvataggio di militari alleati al di là del fronte.

Sembra che abbia passato settimane oltreappennino, al gelo e affamato.
Ma operare per la democrazia era un imperativo morale per un uomo che aveva una madre americana e che, dal 1930 al ’36 aveva insegnato la letteratura italiana a Yale.

Nel 1952 tornò negli States, a New York, come direttore dell’Istituto di cultura.
In tal veste, oltre a prodigarsi per la intitolazione a Giovanni da Verrazzano del celebre ponte Broocklin-Manhattan, fondò la rivista “Italian scene”.

Tornato in Italia con incarichi ministeriali, nel 1959 fu tra i fondatori della sezione perugina di Italia Nostra e ne fu il primo presidente.

“La bella in mano al boia” precede di quattro anni un altro grande successo di memorialistica, la “Perugia della Bell’epoca”, un grande volume di alta scrittura dove si ripercorre la storia di Perugia dall’annessione alla Grande Guerra.

Una trasposizione teatrale del romanzo è stata realizzata venerdì pomeriggio, 11 luglio, nella sala di pianoterra di palazzo Ranieri di Sorbello, oggi sede della fondazione, nonché dimora storica che vanta, nei suoi sotterranei, un ormai leggendario Pozzo Etrusco.

A porla in atto in forma di lettura semiscenica, un recital con musica, è stata Eleonora Cecconi che si è valsa della collaborazione di efficaci attori che erano Federica Piervanti nei panni di Porzia, e Davide Corrado in quelli di Roberto Valeriani.

La loro storia d’amore irregolare e infelice culminò in quello che Uguccione definisce “l’orrendo” del 21 febbraio del 1600, l’impiccagione in piazza del Sopramuro.

La vicenda dei due infelici amanti, entrambi non ancora diciassettenni, Uguccione l’aveva inseguita e trovata in vari manoscritti, da quello della “Vita del colonnello Francesco Alfani” e un brogliaccio di una trentina di pagine presente nella biblioteca di palazzo Sorbello, “Relazione della morte del signor Astorre Coppoli”.

In pochi mesi si snoda la vicenda di una giovanissima perugina, Porzia Corradi, sposa di un brutale militare, Dionigio Dionigi, ma caduta tra le braccia di un amico d’infanzia Roberto Valeriani.
Un omicidio imprevisto occorso in vicolo delle Stalle, a retro del palazzo di famiglia di piazza Danti, creò l’occasione di una fuga collettiva dei due giovani e di loro amici, Astorre Coppoli e Ercole Anastagi.

Riparati in Toscana ne furono estradati grazie al pandemonio che suscitò il capitano Dionigi, che coinvolse il Papa Clemente VIII, il cardinale Aldobrandini, il re di Spagna Felipe e il granduca di Toscana, Ferdinando.
La brigata di sconsiderati giovani perugini si trovò all’interno di uno scacchiere politico in cui giocavano i potenti dell’epoca, compreso quel Giordano Bruno che fu bruciato pochi giorni prima dell’esecuzione degli amanti adolescenti.

Raccogliere in meno di un’ora le centosettanta pagine del romanzo è stata una efficace operazione che Eleonora Cecconi ha risolto con efficacia e con la necessaria agilità, visto che all’interno delle scene si muovevano anche due musicisti, il chitarrista Alessandro Zucchetti e il violoncellista Mauro Businelli, creatori di un corredo sonoro che si espandeva nella sala con il prevedibile aroma.
Le musiche da loro scelte erano infatti la coerente ambientazione acustica dell’epoca, da Monteverdi e Barlet, Negri, fino al raffinatissimo Vincenzo Galilei, il padre dello scienziato.

In una sala gremita di ascoltatori, molti dei quali avevano precedentemente seguito una visita guidata al palazzo Ranieri, hanno offerto la loro recitazione anche Stefano Galiotto, nei panni del feroce Dionigi, Lanfranco Zordan, Mattia Russo e il narratore Alessandro Trionfetti).

Piena soddisfazione di Ruggero Ranieri, presidente della fondazione e di tutto lo staff che ha collaborato all’impresa.