Intervista a Lucia Calamaro

Al Morlacchi di Perugia con La vita ferma

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La vita ferma di Lucia Calamaro al teatro Morlacchi di Perugia da venerdì 15 a domenica 17. Un successo internazionale da Parigi a Rio de Janeiro, in finale al premio Ubu 2017.

E’ qualche anno che Lucia Calamaro collabora con il teatro stabile dell’Umbria, ogni volta un’opera nuova, ogni volta un successo e molti premi della critica.

Nella vita ferma c’è una famiglia composta da Riccardo, Simona e la loro figlia Alice. Quel che non va è che Simona è morta ma, si potrebbe dire, si ostina a fare il fantasma. Dall’inizio è è sulla scena, e parla con Riccardo come se non fosse cambiato nulla. Non vuole che la si dimentichi, ha ancora molte cose da spiegare, ci sono infinite discussioni che non sono state esaurite.

Nelle sue note al testo Calamaro definisce La vita ferma “un dramma del pensiero”, ma anche qui questa lucidità, questa cerebralità è utile a fare il percorso opposto: a partire dalla riflessione teorica si arriva al nucleo più intimo della nostra carne.

Ma i morti, il loro modo di esistenza in noi e fuori di noi, la loro frammentata frequentazione interiore e soprattutto il rammendio laborioso del loro ricordo sempre cosi poco all’altezza della persona morta, così poco fedele a lei e così profondamente reinventato da chi invece vive

 

Lucia Calamaro in la Vita ferma l’analisi di come i morti continuino a vivere dentro e fuori di noi

“La narrazione scorre sul ricordo, sulla sua mutevolezza, la dissolvenza, la progressione. Non è indicata la parola rielaborazione in questo caso, perché non c’è una volontà di rielaborare, piuttosto c’è un invecchiare, un usurarsi”.

Nelle sue opere il Tempo e la Morte hanno spesso un protagonismo in quanto tali

“Lo scorrere del tempo è per me una perdita, di cose, di persone, di ricordi. La vita non cambia, perde, perde dei pezzi. A questo proposito ricordo quello che disse Anassimandro:” …il principio degli esseri è l’infinito da dove infatti gli esseri hanno l’origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità, poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo”.

“L’ordine del tempo” è anche l’ultimo libro di Carlo Rivelli, il grande fisico italiano

In cui spiega come il racconto della storia sia una forzatura culturale, tutto deve tornare a posto, non c’è posto per le discordanze, per i salti,  Ecco il ricordo e lo spazio dei morti subiscono ancora più drammaticamente il disordine del tempo”.

Lucia, lei parla una lingua colta, complessa, profonda. Affronta temi tosti, tanto che un certo pubblico preferisce dire di non capire il teatro contemporaneo

“Credo che sia una vecchia e sbagliata idea degli anni Novanta nel conflitto tra parola e immagine, entrambe con il loro merito di ambiguità. Nell’immagine forse c’è più interpretazione. Ma la ricerca ha ripreso a vivere ed è quello che faccio. In teatro, almeno in Italia stiamo cercando di riparlare delle storie. Consapevoli che è un ripristino che sa, che è stato smontato. D’altronde l’attore è parola”.

Sono d’accordo che sia un vecchio argomento…

”E’ una scelta dello spettatore e, nel mio caso non credo che l’epoca possa negare né la mia totale contemporaneità, né la pesantezza del vivere.”

O forse accade come nelle altre arti, figurative, musicali ed altro. E’ come se di fronte a certe innovazioni che escono dalla ricerca, il pubblico abbia bisogno di tempo.

“Lo spettacolo metabolico, occorre far passare un tempo utile alla digestione”.

***

 

Grazie Lucia, ma questo per fortuna non vale per tutti, c’è chi si perde volentieri tra le emozioni della sua drammaturgia.

C’è anche chi scrive come Christiano Raino: “

Anche se probabilmente non la conoscete, Lucia Calamaro è la migliore scrittrice italiana vivente; o se non vogliamo essere così apodittici, è una dei migliori autori italiani viventi (contraddizione sintattica compresa). La ragione per cui il suo nome probabilmente non vi è familiare è che Calamaro ha scritto finora solo per il teatro, ed è difficile che i drammaturghi in Italia (nonostante l’ultimo Nobel per la letteratura italiano sia andato a Dario Fo) abbiano un riconoscimento al di fuori degli addetti ai lavori:”

 

O Renato Palazzi che nella sua prefazione al Ritorno della madre lo scrive in modo molto preciso:

“Si potrebbe dire che l’autrice usi la vita per rappresentare la morte, e usi la morte per rappresentare quell’abisso di dolore che ne deriva e le si accompagna. Tutte le sue opere si riducono in fondo a questo, a una sola, reiterata epifania del dolore cosmico, del dolore come inscindibile componente della condizione umana. Forse nessuno sa esprimere come lei il dolore allo stadio primordiale: un dolore non spiegabile e non redimibile, un dolore che non riesce neppure a prendere una qualunque forma stabilita.”

 Aspettando il Nobel

 

di Stella Carnevali