Intervista a Renato Curi

Quarant’anni speciali

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di Stella Carnevali

Quarant’anni  speciali. Come ogni genetliaco, da quel 30 ottobre 1977.
La morte di Renato Curi, la nascita, qualche mese dopo, di Renato Curi.

Due eventi estremi che non credo si compensino.
Quello che è certo, è che è arrivato un altro Curi che porta lo stesso nome.
Una persona davvero speciale.

Ha scritto un libro su suo padre insieme alla zia, con tante fotografie, molte delle quali

Renato Curi

inedite. Insieme alla famiglia sta organizzando una mostra all’ex Borsa Merci in via Mazzini, dal titolo “Renato Curi, una Storia”. Si inaugura il 6 dicembre a Perugia.

Renato Curi, sua sorella Sabrina è venuta a sposarsi a Perugia, lei con questo libro e questa mostra su suo padre, sempre a Perugia. Perché?
“Sì c’è un motivo ed è legato a mio padre che amava molto questa città. Già quando giocava con il Perugia si sentivano girare proposte di grandi club come Napoli e Juve. Ma mio padre diceva che sarebbe comunque restato a vivere a Perugia. E che, se glielo avessero proposto, avrebbe giocato sempre con il Perugia. Si trovava bene”.

Ma non siete rimasti a Perugia?
“Mia madre ha preferito tornare a Pescara dalla famiglia ed è lì che ho frequentato la scuola. Vannini ci è rimasto sempre accanto.
Fin verso i 10 anni ho giocato a calcio, come tutti. Però ero intimorito. L’essere figlio di Curi faceva sì che si riversassero su di me aspettative che mi bloccavano.  Mi guardavano come se da un momento all’altro avessi potuto fare un miracolo. Quindi ho smesso”.

Suo nonno paterno la seguiva?
“Purtroppo era morto quando mio padre aveva 12 anni, sarebbe stato di grande aiuto”.

Che strada ha scelto?
“Ho fatto il liceo artistico, sono diventato grafico, poi mi sono diplomato all’Accademia di belle arti.  E per 20 anni ho fatto il grafico a Milano”.

“Com’è stato quel drammatico evento, con gli occhi del bambino che capiva?
“Mitologico, solo crescendo ho trovato una collocazione più umana di mio padre. I miei ricordi cominciano a 4-5 anni. Anche mia sorella si ricorda pochissimo, giusto qualche immagine. E’ stata una ricerca permanente del suo “com’era”, come convivere con un lutto perenne. Da piccolo ricordo che mi portavano allo stadio. Mi stavano vicino: Castagner, Ceccarini, Vannini, Savoia, Nappi ed altri”.

Si sono fatte diverse polemiche sullo stato di salute del suo cuore.
“Anche se diceva sempre di aver un cuore matto, un’aritmia. Però gli esami andavano bene, anche se i mezzi non erano tecnologici come oggi. E comunque se penso ad altri calciatori come Morosini, Puerta in tempi molto più recenti. La verità, l’unica che resta, è che sono cresciuto senza padre”.

E’ anche sua la sensazione che fossero altri tempi, per la vita in generale e, dunque, anche per il calcio?
“Il mito dei giocatori era del tutto diverso. Intanto facevano squadra anche nel privato, si frequentavano sempre. Anche in vacanza andavano tutti insieme, le famiglie ed anche i single. Si mischiavano con la gente, non si sentivano diversi. Fortunati sì. Soprattutto mio padre che fin da piccolo giocava a calcio anche in casa, anche con le palle di carta. Proprio una passione”.

Diceva d’aver fatto il grafico per 20 anni. E ora?
“Ho cambiato completamente vita. Vivo e lavoro a San Benedetto del Tronto. Mi occupo di uno stabilimento balneare. Vivo all’aria aperta, sono rinato.  Sono disposto a fare sacrifici solo per la felicità, come questo lavoro mi sta dando. Disposto a lavorare anche 20 ore”.

Fuggire da Milano?
Ormai facevo le mie dieci ore solo per lo stipendio, ma ero infelice”.

La sua famiglia?
“Ho una compagna da 20 anni, si chiama Monica. E un bambino di 8. Prima Monica faceva l’insegnante di teatro ora fa la mamma. Va bene così”.

***
Ho avuto la tentazione di chiedergli se il bimbo di otto anni giocasse o amasse il calcio.
Non l’ho fatto. Una passione non può essere una persecuzione.

La città di Perugia, ne sono certa, ringrazia lui e la sua famiglia, per questo attaccamento e per questo affetto che continua dopo tutti questi 40 anni.