Insegnare educando l’anima 

| A colloquio con la docente Nicoletta Florio |

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Nicoletta Florio

di Benedetta Orsini Federici

pubblicato il 02 marzo 2017 15:09:31

A tu per tu con una donna-docente che ama definirsi a cavallo tra due secoli e le relative generazioni, tra la macchina da scrivere ed il Mac.

Un’insegnante che ha lasciato il segno nella scuola umbra.
Una donna libera, che ama la vita e la rispetta.
Stiamo parlando di Nicoletta Florio, donna accogliente, con i piedi per terra e che ha la solarità dell’anima sul viso.
Oggi la intervistiamo per mettere a confronto generazioni che si scontrano ed incontrano nel fluire della vita.

Nicoletta, chi ti conosce sa che persona disponibile, riservata ed amante della vita sei. Cosa deve fare a tuo avviso un docente per i suoi allievi?
Offrire presenza ed esperienza, perché i giovani si aprono alla vita, al mondo ed al lavoro.

Un consiglio utile per stare al passo con i tempi?
Non ho mai detto ai giovani che la vita è facile, ma che è impegnativa e per questo è interessante. Coltivare utopie è necessario perché ci siano i sogni, i quali mantengono la loro magia solo se diventano progetti non teorici ma concreti. Consiglio ai giovani di puntare al proprio 100 per arrivare al proprio 80.
In tutto questo l’alterità e la reciprocità sono indispensabili perché tutto ciò che si fa abbia un senso: il senso dell’altro. È l’altro che dà senso a me stesso e alla mia vita. Rimanere anche da adulti sempre capaci di stupirci nella propria interazione con la vita.

A detta di alcuni ex alunni, le tue erano lezioni uniche e molto all’avanguardia. Secondo te perché le hanno trovate così dirompenti?
A scuola mi sentivo persona tra le persone; c’era l’esigenza di non tenere in conto la differenza anagrafica e nemmeno di essere alla pari o senza ruoli, ma c’era anche l’esigenza di un rispetto profondo per le persone.
L’approccio con loro è sempre stato magico ed è sempre andato al di là dei comportamenti disciplinari. Mi spiego: non sono mai rimasta al fenomeno, ma sono andata ai ‘perché’ dei vari comportamenti poliedrici e situazioni esistenziali della persona, pur svolgendo il ruolo che mi si richiedeva di docente.
A scuola anche il disattento o il meno volenteroso è sempre stato per me una persona e come tale si è sempre sentita stimata al di là dei ruoli ricoperti e dei suoi risultati scolastici. Finite le lezioni, mi portavo dentro tutti i ragazzi ed il lavoro continuava a casa.
Mi chiedevo se avevo dato la risposta giusta e cosa fare nell’incontro successivo. Oggi, molti dei miei alunni li riconosco dal sorriso e dagli occhi, mi ricordo le loro storie perché ci siamo vissuti profondamente in un incontro persona con persona. L’umiltà è per me alla base di ogni relazione. Come docente imparavo da loro ed uscivo ricchissima anche dopo un’offesa; è proprio l’offesa che mi ha obbligato a dare il colpo giusto di timone per me, per il ragazzo e per l’intera classe.

Perchè sei diventata insegnante?
Volevo fare l’archeologa o il medico, ma ero femmina e mia madre mi disse che dovevo trovare un lavoro che mi permettesse di dedicare tempo ad eventuali figli. Quindi pensai che era meglio ‘ripiegare’ su una professione che si pensava essere a favore delle donne e, dato che avevo 8 in Filosofia, ecco che mi sono iscritta proprio a quella facoltà e da lì mi sono inserita nel mondo dell’insegnamento. Insomma, avrei fatto lo scavo archeologico e invece l’ho riversato prima nello scavare nella mia interiorità, per poi passare in quella degli alunni.

Ma quanto ti appassioni alla professione di insegnante, che sappiamo essere una professione con la ‘P’ maiuscola?
Non ho avuto difficoltà ad orientarmi nell’insegnamento e questa passione è scattata il primo giorno che sono entrata in classe. Dal lavoro ‘ripiego’ al lavoro che ha impiegato tutto di me, dove ho messo passione, stima e rispetto per la vita. In questa professione potevo impiegare le mie energie e la mia gioventù. Ho capito che in un’ora in classe potevo fare laboratorio di pensiero.

Quali sono gli autori che ti hanno segnato da ragazza?
Erich Fromm, Maria Montessori, tutti gli autori di pedagogia e i filosofi dell’Esistenzialismo, ma ce ne sono molti altri che ho reso funzionali alla mia esistenza.
Dato che ho studiato sempre e con passione, questa passione si è tradotta anche nel campo della scuola per la mia indole e per il mio pathos. Ho trattato argomenti lontani da me e la passione mi ha fatto conoscere settori nuovi. La filosofia e la logica mi hanno dato strumenti per osservare, capire e vivere il mondo a 360°.

Cosa ti hanno regalato la scuola e l’insegnamento?
Senza stima non si può fare lezione. I ragazzi mi hanno sempre dato più di quello che io ho dato loro. Mi sono donata con sincerità, apertura mentale e di cuore.
Il non aver potuto avere figli, ci tengo a dire per un errore chirurgico (ricevendo un doppio ‘no’ della vita), mi ha permesso di cogliere la grande potenzialità di questo ‘no’: avevo il tempo per vivermi ogni classe ed ogni persona in modo libero da pensieri e preoccupazioni che ci sarebbero stati se avessi avuto figli.
Quindi ho colto la bellezza di poter amare senza possesso ogni mio alunno, perché la mia genitorialità era sociale, allargata a tutte le persone di ogni età; da qui la mia attuale libera professione.

Come è nata la tua attuale libera professione? Possiamo chiamarla “un secondo tempo esistenziale”?
Una delle prime scuole dove ho lavorato, l’allora “Vittorio Emanuele II” di Perugia, mi volle come referente per il disagio giovanile e da quel momento, questa mia acquisita specializzazione si è concretizzata dentro e fuori dalle classi con i ragazzi che avevano problemi e con le rispettive famiglie. La formazione, offerta dall’allora Provveditorato, è stata sistematica e seria. Questo mi permise di interagire su un orizzonte molto più ampio. Infatti nel tempo notavo che nei vari incontri, tutti i genitori, non solo quelli dei ragazzi problematici, una volta relazionato sui propri figli, iniziavano a comunicare i loro disagi personali.
A questo si è aggiunto il grande vuoto lasciato dalla mia separazione che ha richiesto sia il coraggio di una sana rielaborazione, sia quello di vivere con dignità e non semplicemente di esistere.
Sono questi due aspetti che mi hanno fatto capire che avevo la necessità di allargare agli adulti la mia formazione.

Cosa hai fatto quando eri in solitudine per dare senso alla tua vita?
Soltanto l’aprirmi alle persone in modo ulteriore. Quindi mi sono iscritta ad un corso di counselling scolastico e per adulti. Un relazione di aiuto che mi ha portato un’esperienza molto ricca e che mi vede oggi formatrice e libero professionista. Come libero professionista ho aperto un piccolo centro di prosocialità per l’autoorientamento della persona. Nel centro c’è formazione ed orientamento dei giovani e degli adulti verso un’autodeterminazione e l’acquisizione della resilienza.

C’è in cantiere un progetto per bambini?
Ci sono in progetto due sogni: il primo lo perseguo dal 2000 nelle scuole di economia civile e sociale che passa attraverso l’economia dei sentimenti.
Il secondo si sta già realizzando perché ho voluto mettere alla prova la mia didattica con una fascia di alunni a cui non avevo mai insegnato: ai bimbi della scuola primaria ai quali sto traducendo in fiaba dei concetti filosofici di base, inventandomi esperimenti pratici.

Ed i risultati?
Fino ad adesso ho avuto un ottimo riscontro e si può dire che la più bella lezione della mia vita è avvenuta in una terza elementare dove la potenza della mente umana insita in quelle piccolissime affascinanti menti mi si è palesata in tutta la sua meraviglia. Questa esperienza mi ha confermato come la vita continua a rispondere in modo positivo ed è rinforzato la mia stima, il mio rispetto ed il mio amore per essa.

Cosa ti hanno lasciato i tuoi alunni nel corso degli anni?
L’onore di essere stata nelle loro vite, la gratificazione ogni volta che mi fermano per strada per salutarmi, pur potendone fare a meno e l’attuale amicizia con un bel gruppo.

Facendo quindi un percorso mentale a ritroso, la professione di docente nata per caso, ora la risceglieresti?
La risceglierei con l’incoscienza del ‘per caso’, ma con la consapevolezza di andare incontro alla profondità dell’esistenza e dell’esistere.

Un consiglio ai nuovi professori?
Cari colleghi, non limitatevi ad essere insegnanti, ma siate attenti all’educare persone; abbiate attenzione alle esigenze della persona che avete davanti e sappiate ascoltare anche ciò che l’alunno per dignità non esprimerà mai.
Sappiate che può accadere di trovarsi in una solitudine professionale, perché la nostra non è una professione dimostrabile, infatti dà i suoi frutti con il tempo ed a volte neppure si vedono.
È l’alunno che si ricorderà di noi e di qualche stralcio di lezione che gli sarà stata rilevante e che abbia segnato un frangente della sua vita.
Il vero stipendio è il riscontro che nel tempo l’alunno ti dà e anche se non te lo dà, l’insegnante sa di aver vissuto con lui un ciclo importantissimo della sua vita e questa è comunque una ricchezza che resta.