Il teatro ti cambia la vita 

Laboratori in carcere

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di Stella Carnevali

pubblicato il 13 gennaio 2017 13:20:13

Che succede ad un detenuto nel diventare attore?
Nella recente pièce “Il celeste sospeso” di Vittoria Corallo, 7 detenuti recitano una storia che sintetizza l’esperienza tipica dell’immigrato che incappa nella giustizia.
E’ un’esperienza consolidata ormai, quella dei laboratori teatrali, in questo caso coordinati dall’attore Francesco Bolo Rossini per il Teatro Stabile dell’Umbria. Nella casa circondariale di Perugia, meglio conosciuta come il carcere di Capanne.

Ma che accade all’attore-detenuto dopo un’esperienza del genere? 
Soprattutto se le sue origini etniche e religiose sono diverse e lontane da quelle italiane. Da ricordare inoltre che spesso, questi detenuti conoscono la pena che devono scontare, nel senso che non sperano, come quelli in attesa di giudizio, che le cose migliorino. Quelli che lo fanno aderiscono volontariamente ad un programma più vasto per il recupero culturale e sociale di chi è recluso.

L’esperienza comincia mettendo insieme un gruppo che ha origini diverse. La lingua italiana, che sono costretti ad imparare, li aiuta a comunicare tra loro, a raccontarsi. L’attore che li segue ha sempre una predisposizione ed una sensibilità che gli permette di tradurre in atto teatrale quello che all’inizio è solo un’insalata mista di informazioni.

Perché l’atto teatrale trasforma.
Quando si recita un ruolo si diventa sempre anche quello che si recita. Ma soprattutto interviene la consapevolezza dell’essere percepiti in modo terzo, in quanto attori. Elemento, questo, che va a comporre un percorso che interrompe il classico schema io e gli altri, dove gli altri sono nemici o amici. L’io è sempre vittima. Questo potersi vedere anche dall’esterno, aumenta le sfumature di valutazione del sé e della collocazione dentro e fuori dal carcere.

Oltre al fatto che, se si recita l’Amleto, al travaglio del personaggio, si aggiunge anche l’immagine di essere in altri luoghi, quelli di cui si recita. Ed è un modo per evadere del tutto virtuoso.

L’insieme di queste attività volte a costruire, prova dopo prova, il debutto, trasformano il vuoto, il senso dell’ingiustizia, il sentirsi perseguitati, in una chiave di lettura che rende possibile accettare e quindi pienamente scontare le proprie colpe. Quelle che ci sono.

Una chiave di lettura che diventa password di vita per interpretare la sempre difficile relazione tra il sé e il contesto.
E’ un dato di fatto che, chi da detenuto ha sviluppato un percorso culturale di arricchimento cognitivo e professionale, cambia in positivo il suo modo di pensare e di porsi.
La recitazione, l’essere davvero sul proscenio, titolare di una parte, ascoltato dal pubblico, genera una metamorfosi, una catarsi che fa bene all’individuo quanto alla comunità che lo circonda.

Non che sia una ricetta di per sé. Rieducare senza cultura però non è possibile, perché il cervello ha bisogno anche di piacersi.