Il cinema che spiega la vita 

| Intervista a Fabio Melelli, cinofilo e storico |

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Fabio Melelli

 

di Francesco Castellini

pubblicato il 28 aprile 2017 14:04:11

Fabio Melelli, madre danese e padre umbro, cresciuto e vissuto a Perugia. Anche se lui stesso ama ricordare «a Copenaghen torno spesso».
Insomma, un po’ apolide ma affetto da un unico grande amore, quello per il cinema, la cosiddetta “macchina dei sogni”.

Com’è iniziata?
«Tutto è nato dalla visione del capolavoro di Kubrick “2001 Odissea nello spazio”, visto con mio padre allo Zenith. Avevo cinque anni. Non lo capii quasi per niente, ma mi affascinò a tal punto da stuzzicarmi l’interesse per questa straordinaria forma di narrazione. Una magia che mi ha stimolato la voglia di scoprire, di comprendere. Il cinema è un media spettacolare, ma anche un mezzo che induce una riflessione in te stesso. Un’opera aperta, che ha bisogno della partecipazione dello spettatore, che si realizza e si completa solamente nell’esperienza sensoriale di ognuno. E non a caso ognuno può infine dare il proprio contributo, la sua lettura».

Il cinema negli anni è cambiato, ma lei è rimasto innamorato di questa bellissima “Decima Musa”.
«Mi continua ad appassionare per una serie di motivi. Intanto perché è una forma d’arte che al suo interno ne contiene molte altre. A me ha sempre affascinato questa capacità di sintesi, questo armonioso gioco di squadra».

E poi attraverso il cinema passano contenuti infiniti…
«Il cinema riporta al mito della caverna di Platone, a quegli individui seduti che vedono delle ombre che scorrono davanti a loro. E ancora oggi attraverso quella magia viene rappresentata la realtà. La finzione ci aiuta a prendere le giuste distanze. Ed è anche un modo per fare ordine, per contribuire a ridurre la complessità dell’esistenza».

Lei ha avuto anche qualche esperienza diretta come attore?
«Sì, che però mi ha fatto capire che non ero portato. Per recitare ci vuole predisposizione, talento. A me invece piace conoscere e “smontare” questa “macchina” complessa, che ha bisogno di tante energie, che è un “luogo” dove interagiscono vari mestieri, in cui l’attore rimane solo uno dei tanti elementi».

Il cinema, restando al concetto di “macchina” come sta cambiando?
«Oggi il film è fruito quasi esclusivamente dal punto di vista digitale. Siamo passati dalla pellicola al codice binario, al “meta-cinema”. Questo mutamento l’ho vissuto con una qualche forma di trauma. E ancora adesso sono convinto che “molte cose si perderanno nel tempo come lacrime nella pioggia…”».

Il cinema molto spesso non è molto considerato, rispettato come arte, eppure contiene in sé i germi di molte discipline. Basterebbe citare la fotografia, la musica, le inquadrature che debbono rispettare equilibri e armonie particolari.
«Bisogna alfabetizzare gli studenti e preparare gli insegnanti all’uso consapevole di questo linguaggio. Il paradosso è che la memoria del cinema italiano è maggiormente coltivata all’estero che in Italia. Penso all’università di Copenaghen dove studiano Francesco Rosi, il filone realista. Penso al culto che hanno gli americani riguardo ai nostri registi: Fellini, De Sica, Leone. E reputo davvero sconcertante il fatto che i nostri ragazzi non conoscano il nostro patrimonio. E pensare che dal dopoguerra ad oggi ci sono film in grado di tracciare una sorta di storia sintetica del nostro paese che nessun’altra nazione può vantare».

Parliamo anche di un altro fatto di costume, o se vogliamo sociale. Le sale cinematografiche che stavano inserite nel cuore dell’urbe, sono scomparse per dare vita alle multisale, “non luoghi” anonimi e grigi. Come influisce questo sulla produzione e sulla cultura cinematografica?
«La capacità attrattiva dei multiplex è indiscussa, ma lì non arriveranno mai i film più pensati, più “inutili”. Ma devo dire che anche qui qualcosa si sta muovendo. Accanto ai multiplex nascono sale che offrono cinema d’essai, spazi di incontro e di confronto e questo non può che essere incoraggiante. Ma penso anche alla molteplicità di festival a cui Perugia ha fatto da cornice, dal Retro Film Festival, al Perugia Live Film Festival, al Perugia Social Film Festival di Stefano Rulli, fino alle Giornate del cinema Africano, al Bianco Film Festival, a Penombre, o alla proiezione di film muti con accompagnamento di musica dal vivo. Sarebbe giusto collegare, fare rete, mantenere vivo durante l’arco dell’anno una serie di attività, ma anche sostenere con validi servizi. A volte sembra che gli operatori lavorino da soli, contro tutto e tutti e non sta a me ricordare che rendere periferici i luoghi del divertimento ha avuto conseguenze nefaste. La sicurezza si riconquista anche attraverso una rivitalizzazione del centro storico. Quando si sono spente le luci del Turreno, del Lilli, del Pavone, tutta la città si è riempita di nere ombre».