Giampiero Frondini 

| Intervista al maestro della pantomima |

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Giampiero Frondini
di Francesco Castellini

pubblicato il 23 aprile 2017 15:30:28

Diceva Eduardo De Filippo: «Finchè c’è un filo d’erba sulla terra ce ne sarà uno uguale e finto sul palcoscenico. Questo è per me il teatro, è lo specchio della vita».

Gli hanno chiesto: “Perché l’uomo vuole recitare?”. E lui rispondeva: «È come le scimmie, che hanno il gusto dell’imitazione. Le hanno viste che si mettevano fiori e raffia addosso, e ballavano. Ma se è vanitoso, è solo uno che ha la faccia tosta di salire in alto, su delle assi inchiodate, per farsi vedere. L’artista è un’altra cosa».

E a chi gli ricordava, anche di suo figlio Luca parlano bene. «C’è tempo per vedere se è bravo. Meno male che lo dicono gli altri. Quando nacque, Lucio Ridenti mi chiese: “Gli farai fare l’attore?” Io risposi di sì, perché anche se non dovesse riuscire, e rimanesse soltanto un generico, il teatro gli offrirebbe sempre il modo di essere libero».

«In effetti il teatro ti offre sempre il modo di vivere i tuoi sogni».
Commenta Giampiero Frondini, classe 1933, entrato a far parte del Piccolo Teatro della Fonte Maggiore di Perugia nel 1961 e da quel momento non si è più fermato, si potrebbe dire… da allora non è più sceso da quelle magiche tavole.

«Mi sono ritrovato in questo magico mondo molto giovane – racconta – ero un bambino timido, di quelli che non uscivano mai di casa, che dalla finestra della sua camera vedeva scorrere sotto la vita del quartiere. Piano piano cominciai a capire che quella sarebbe stata la mia passione. Ho fatto mie le parole di Eduardo: “Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri nella vita recitano male”».

Dunque una passione coltivata fin da giovane?
«Sì, ma con incoscienza, senza nessuna consapevolezza iniziale. Una passione che si è palesata quasi per caso. Di certo ha contribuito il fatto che a casa mia c’era il senso dell’arte. “Le tre grazie” del Canova, tutte le copie in marmo, le ha fatte nonno mio e mio padre. Mia madre, Eunice Palazzoni, era una cantante lirica. Diplomata a Santa Cecilia. Le chiesero “o canti o ti sposi”. Lei scelse la famiglia. Morì giovane, a 23 anni. Giorgio Albertazzi è un mio lontano parente. Un cugino del babbo mio».

Come ha scoperto la magia del teatro?
«Ho dei ricordi di piccole rappresentazioni spontanee. Ero un bambino, stavo sopra piazzale del Duca, sopra il cinema Modernissimo. Sotto c’era la piazzetta, la vita delle bande. Mi divertivo da me a fare delle guerre. Mi ricordo che una volta sono andato al cinema con la mamma, ho visto il film di Al Jolson “Il cantante pazzo”, la storia di quel jazzista bianco che si truccava da nero. Forse tutto è nato da lì, da quello spettacolo che mi colpì molto, che ebbe in me quasi un effetto ipnotico. E così giocavo da solo e mi creavo le mie storie, i miei personaggi. Non uscivo mai, il mio mondo mi bastava. Ricordo che mi piaceva fare il chierichetto. Questa forse è la prima forma di recita in pubblico. Ma eravamo in tempo di guerra, ci fu un bombardamento e un ordigno cadde proprio sotto il mio appartamento. Venne giù tutto. Il caso volle che io in quel momento mi trovassi fuori, a pochi metri. Mi ricordo questa luce che si è accesa e l’odore forte dei calcinacci che me lo sono tenuto per anni. Sono vivo per caso».

Poi che successe?
«Come sfollato mi diedero un appartamento nel palazzo dei combattenti, a fianco del Lilli. Da lì mi godevo tutte le partite di calcio dalla finestra. Gli anni della scuola, della guerra. La fantasia che ti stimolava quel clima di paura. I bollettini, il babbo che stava al fronte. La famiglia che per me erano i miei nonni, loro mi hanno allevato, mi hanno molto amato. Come alunno ero un po’ indisciplinato. Tante “saline”. Sono passato dallo Scientifico al Tecnico, per finire i miei studi all’Istituto d’Arte. Ricordo con affetto il professor Biselli che mi dava ripetizioni, che mi leggeva le sue commedie e mi faceva sognare. Una volta ottenuto il diploma mi iscrissi al corso allievi ufficiali. Di 800 rientrai fra i primi 80. Intanto erano gli anni della Rivista. Totò, Nino Taranto, Macario. Poi Tognazzi che faceva l’avanspettacolo. Questa cosa mi ammaliava. Con gli amici scherzavamo. Gli spettacoli più interessanti erano quelli dei fratelli Gobbi. Teatro da Camera con Franco Parenti, Dario Fo, Giustino Durano. Al Morlacchi vidi “Il dito nell’occhio”. Gli amici mi chiesero: scrivi qualcosa. Scrissi un pezzo. Le scuole cominciarono a fare le riviste di fine anno. E le due compagnie grosse erano quelle dell’istituto tecnico e del liceo classico. Quando si facevano le prove io indicavo agli altri come andava fatta la rappresentazione, fin quando qualcuno mi disse: falla tu. E così il mio debutto è stato come autore, attore e solista addirittura».

Si ricorda la prima volta che è salito sul palcoscenico?
«Allo Zenith è iniziata la mia attività di attore. Lo spettacolo si chiamava “Tecnicomania”. Avrò avuto 17/18 anni. Ho debuttato lì. E fu una specie di miracolo. Io che ero timidissimo, sempre attaccato alla gonna della nonna, mi ricordo che non provai alcun timore. Fu un grande successo e da lì abbiamo deciso di fare uno spettacolo tutto nostro. Ma prima di potermi dedicare a questa mia passione dovetti servire la patria».

Arrivò la cartolina precetto?
«Eh sì. Sono dovuto andare a fare il militare. Sette mesi di scuola generica, sette di arma e sette mesi di reggimento. Per fortuna a Lecce usava che a fine corso ci fosse uno spettacolo, la rivista di fine addestramento. Me l’affidarono. Scuola di Fanteria, anche lì lo spettacolo di rivista di fine anno. E il presentatore era addirittura un Corrado giovanissimo. Questa cosa del militare è stata importante perché furono anni intensi, un tempo in cui riuscii a riprendere fiducia in me stesso. Mi ero perso. Non avevo voglia di fare niente. Ma ad un certo punto era come se avessi ritrovato il livello mio, l’autostima che prima mi mancava. E dunque torno a Perugia che i miei amici avevano realizzato delle riviste grossissime, al Turreno era da poco andata in scena “Adrasto impiegato al catasto”. Venne a vederla anche Dapporto. E io che grazie all’amico Sergio Ragni mi ritrovo catapultato dentro questo universo. Furono anni di lavoro. Ci ritrovavamo all’ultimo piano del palazzo che sta a fianco del Morlacchi e lì facevamo anche delle piccole esibizioni. Ci venne Noschese, Raffaele Pisu, Giustino Durano. Io e Sergio alla fine decidemmo di mettere in piedi una rivista da camera “Lo sbaglio di essere vivi” proprio con Giustino Durano che recitava con noi».

Lei però si guadagnava da vivere con la scuola?
«Sì, col diploma di Istituto d’Arte potevo insegnare, ma qualcosa era scattato in me. Mi ero accorto che dal mondo del teatro non potevo stare lontano. Era come se mi avesse aperto una finestra in un’altra dimensione, tante emozioni ma anche la possibilità di vedere la vita con un occhio magico, con l’occhio dello spettacolo, della meraviglia. E a forza di recitare scoprii che io ero molto bravo mimicamente».

Chi fu il suo mentore, il suo maestro?
«Devo molto a Sergio Ragni, è lui che mi ha aperto gli occhi sulla cultura politica. Cominciai a prendere coscienza. È lui che mi ha insegnato a ragionare, a capire. Ancora oggi penso a quell’incontro con Ragni come ad una cosa strana, bella, fatale. Come quando trovi qualcuno sulla tua strada e ti dici… è il destino. Mi ha aperto gli occhi. Mi ha fatto riflettere e poi io ho cominciato a muovermi da solo. Ma c’è stato un periodo in cui ci siamo completati, lui mi ha dato molto e io a lui. Poi c’è stato anche un momento, mentre ero a lavorare alla Scala, che lui rimase da solo. Stava realizzando uno spettacolo ma con i mezzi del gruppo non riusciva a metterlo in scena. Al punto che alla fine senza di me decise di interrompere tutto».

Come definirebbe l’arte del recitare?
«Credo che alla base ci debba essere il talento, ma senza l’affinamento della tecnica, senza il rigore, senza il sudore, non si va da nessuna parte. Io sono stato fortunato, perché non mi sono fatto mai irretire dal successo. Tutti di me pensavano: il geniaccio, che ha l’istinto. Invece manco per niente, non mi sono mai accontentato, ho sempre chiesto il massimo da me stesso. Quando ho fatto le pantomime, per esempio, ho studiato come un matto, volevo capire tutto di cosa c’è dietro un gesto, del perché un sorriso ti fa allentare i muscoli del viso e la rabbia ti porta a stringere i pugni. Non a caso quando mi ha preso Menotti avevo trent’anni. Ho inaugurato io il Teatrino delle Sette. La locandina elencava: Claire Blum, Artur Kennedy, Luchino Visconti, Mazzone Clemente, Jerome Robbins, Cacoyannis e Giampiero Frondini. Fu quello il mio debutto con il teatro ufficiale. Menotti mi ha richiamato. Ho lavorato con Louis Male, nel “Cavaliere della Rosa”. Menotti si vantava che ero una sua scoperta».

Aveva raggiunto il suo sogno.
«Ero diventato famoso. Ma non mi sono fatto affascinare dal facile successo. Louis Male mi voleva portare in Messico con la Monroe e io non ci sono andato. Perché la mia vita era qui. Il mio teatro era questo. L’anno dopo Bugiantino mi chiamò perché Menotti voleva che io facessi il capocomico in “Italiano ad Algeri”. E io gli ho detto di no, perché dovevo fare Ruzzante».

Insomma non si è fatto distrarre. Ha continuato ad insegnare, a fare le cose che più lo
interessavano. Pentito?

«Ma no, assolutamente no. Se dovessi dire non so neanch’io il perché. Ero sposato, avevo
due figli…».

Ci trovo un grande attaccamento alla sua terra.
«Quello sì, ma anche mi faceva strano, impressione, il successo, che porta ad imitare gli altri, a perdere le coordinate di te stesso, la tua autenticità, la strada della tua ricerca. Diventa una finzione. La felicità è un’altra cosa. Il teatro, l’arte, è qualcosa che hai dentro. Penso ai pittori che solo dopo morti hanno avuto il giusto riconoscimento, ma che in vita hanno patito la fame pur di perseguire i propri sogni. È il destino. Ma io credo nella ricerca di autenticità. Sì, potevo essere deviato, ma ho preferito rimanere me stesso, l’arte è un’espressione di verità. Ho fatto sempre le cose domandandomi perché si fanno e come potrebbe essere il modo migliore per raggiungere quello scopo. Ho insegnato, sono diventato di ruolo. Ho cercato e cerco anche adesso di dare un perché a tutto quello che faccio».

Parliamo della pantomima, di cui lei è un indiscusso maestro?
«L’ho studiata profondamente. La pantomima è il gesto e il gesto è dato da qualcosa che
c’è dentro e che è più sincero della parola. Il corpo è fatto di muscoli che si muovono. Allora
mi sono chiesto il perché quando rido mi si allarga la bocca? E la risposta è stata: perché
quando rido sono felice, rilasso i muscoli e le mani vanno giù, non do forza. Sono indifeso. Allora ho cominciato a scoprire tutte le espressioni. Penso alla mano. Io parto sempre dalle mani. Le mani sono la parte migliore dell’uomo, la più vera, perché sono le nostre serve, lavorano, esprimono, più della faccia, più degli occhi. E allora cominci a vedere: quante espressione hanno? Migliaia. E poi aggiungi i movimenti del polso. Diventa che ognuno di noi può comprendere allora questo linguaggio universale, che arriva dritto al cuore, come la musica».

Che cosa l’ha legata sempre all’Umbria?
«È la mia terra, il mio destino. E poi io ci sono sempre stato bene in Umbria».

C’è un altro Frondini all’orizzonte?
«Non posso dirlo. Penso piuttosto che uno è più che sufficiente e a volte ho come l’impressione di dare perfino fastidio. È un periodo che mi cercano tutti e credo che qualcuno questa cosa la viva male, come se levassi visibilità agli altri. Ma io vorrei rassicurare tutti, non ho mai perseguito la comodità, il successo, il posto. Quando si è creato il Teatro Stabile, se mi fossi battuto, forse avrei avuto grosse possibilità di essere io a dirigerlo, ma non mi è interessato. Sono una persona modesta, ma anche tenace e non mi faccio confondere dalle cose che non mi riguardano. Col tempo ho preso consapevolezza che certe scelte che ho fatto mi fanno stare bene. Mi piace andare dove mi porta il cuore. Sono andato dentro gli ospedali psichiatrici. Ho dato vita ad un gruppo teatrale dentro il carcere, sto lavorando con i bambini down. Questi miei sono tutti ragazzi che non sono buoni a fare il teatro. Quanti sono li adopero. Non li seleziono. Ad ognuno la parte giusta. Ho fatto l’insegnante con la stessa passione. Quando ho smesso e ho fatto il professionista e basta ho fatto delle cose pazzesche. Alla Rocca di Assisi l’assalto dei saraceni con 600 comparse».

Che consiglio a chi vuol intraprendere questo lavoro?
«Chiedersi il perché si fa una scelta del genere. E poi non basta essere bravi, ci vuole anche qualcuno che ti riconosce. Puoi essere anche un buon attore, ce ne sono tanti, ma conta il fatto che quella sia davvero la tua strada, altrimenti prima o poi ti arrendi. Ci vuole tanta energia. Sull’ospedale psichiatrico ho fatto una storia alla rovescia. “Pantomima su una porta aperta” che racconta di questo malato di mente che esce. Uno spettacolo che ha girato il mondo. Con questa pièce ho recitato in tutta Europa. Tournée in Tunisia, ad Adis Abeba. E tutti capivano. Sapevano che eri un attore, ma la cosa era così credibile che ho subìto anche delle cattiverie. Mi vedevano come un matto vero. Ad un certo punto ho pensato che se mi ammazzavano non mi sarei difeso. Perchè il personaggio che stavo impersonando era incapace di pensare a se stesso. Per fare questo sono entrato dentro l’ospedale psichiatrico, al tempo di Carlo Manuali. Ho seguito per sei mesi le riunioni dei medici, del personale paramedico, sono stato con i malati».

Una delle esperienze più emozionanti che ricorda?
«Ad un certo punto, stavo recitando proprio la parte del matto che importuna una ragazza e c’è la scena in cui mi tirano un secchio d’acqua addosso e io così fradicio mi guardo in giro. Ricordo che in un paese della Valnerina una signora del posto, quando realizzammo la scena, fu colpita da alcuni schizzi. Ho impressi ancora i suoi occhi pieni d’odio e quell’espressione in dialetto: “Facciaccia se c’avevo un coltello te sgozzavo”. Un’emozione. Teatralmente, mi sono detto, ho saputo dare vita ad un personaggio, dove la fantasia e la realtà si fondono perfettamente. Così è stato nel Guerrin Meschino, rammento una tournée in Germania con 20 minuti d’applausi».

Parliamo anche del Teatro di Piazza, che sembrerebbe tornare ora di moda.
«Non usava, era un periodo d’estate non c’era niente. Giuseppe Agozzino, direttore dell’Azienda di promozione turistica, disse: “ma accipicchia, in Sicilia facevo le scene per lo spettacolo, qui bisogna fare lo spettacolo per le scene”. Agozzino venne confortato da Vito Pandolfi e dall’assessore del Comune che era Vincigrossi. Nel ’63 decidono di fare il Teatro in Piazza, che iniziò a lavorare nell’estate del ’64, fatto dalla Compagnia della Fontemaggiore. Qui c’era l’associazione Amici della Fontemaggiore che bazzicava il
circolo dei nobili, in cui molti giovani facevano teatro. Arrivò lui, Massimo Binazzi, e si diede vita al Piccolo Teatro della Fontemaggiore. Fu un successo che durò vari anni. Anno scorso mi è stato chiesto di ripetere quell’esperienza. Ho dato la mia disponibilità per fare tre spettacoli per l’estate 2016. L’incarico ce l’ho avuto, ci sto lavorando».

Una vita molto intensa. Che significa vivere in bilico fra realtà e fantasia?
«Significa che la fantasia ti aiuta a vedere meglio la realtà. La vita ha bisogno dei sogni, della poesia. Certe volte guardo il cielo, la stella che brilla. Mi chiedo se qualcuno da lassù apprezza più a me o a Dante Alighieri? La verità è che non siamo nessuno e che allo stesso tempo ognuno di noi è il centro dell’infinito. Questa consapevolezza ci deve portare a vivere e recitare la propria parte nel mondo. Il teatro ci aiuta a comprendere meglio ciò che vale, ciò che conta. Un modo per selezionare le cose belle della vita, le cose buone. A me il teatro ha reso la vita bella. Una volta chiesi ad un prete: “ma tu sei davvero convinto che quando chiuderai gli occhi troverai ad aspettarti il paradiso?”. Dopo un po’ mi ha risposto così: “Io non
lo so se dopo la morte ci sarà Dio ad attendermi, ma il solo fatto di credere in lui mi ha reso
la vita bella”. Ecco così è il teatro per me. Ha dato un senso a tutta la mia esistenza».

Si dice che il teatro contribuisca anche ad allungare la vita. Che ne pensa?
«C’è una scena ne “L’Esame”, in cui il protagonista muore. Un vecchio che ha ottant’anni che alla fine si toglie la vita con una pillola. Aveva la giacca pronta, era vestito, era preparato. Poi ad un certo punto si avvelena e in quello stesso momento si pente. Muore e l’ultima cosa che muore sono le mani. Quando va via la vita si porta via l’anima e il tuo corpo non ti appartiene, non ti rappresenta più, ma le mani sono le ultime cose a morire. Una cosa che mi è venuta in mente quando mi sono ritrovato una volta a Città di Castello ad assistere ad un un incidente in cui un lattaio era stato travolto ed era morto. Un lenzuolo lo copriva, ma erano rimaste fuori le sue mani e in quelle mani c’era scritto tutto. Ti dava l’idea di chi era quell’uomo e ancora le sue mani ce l’ho in mente e ancora continuano a narrarmi la sua storia. Quelle mani continuano ancora a parlare».