Difendere la lavorazione del bisso

| Tessuti in "seta marina" che vestivano gli imperatori|

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bisso pulito e pettinato

di Tecla Bolognini

pubblicato il 19 luglio 2017 11:55:06

Sapienza tradizionale e legame con la natura, in un’arte della tessitura conosciuta sin dai tempi dei babilonesi. La “pinna nobilis” comunemente chiamata nacchera, il più grande mollusco del Mediterraneo, spesso visibile all’interno delle praterie di Posidonia, presenta dei filamenti con cui si ancora al fondale marino, e questi vengono utilizzati per la produzione del bisso.

Quest’ultimo veniva spesso impiegato in Sardegna, e nella zona di Taranto, per la realizzazione di preziosi tessuti dai colori cangianti, dai riflessi aureo-ramati. Filamenti che si creano dall’ indurimento in acqua della bava secreta da una ghiandola della nacchera. La “pinna nobilis” può raggiungere un’altezza superiore al metro, ma anche a causa dell’inquinamento rischia l’estinzione, quindi per tutelare la specie, la pesca è stata ridotta e sottoposta a controlli.

Ma sostenitori ed esperti della tradizionale lavorazione manifatturiera artistica del bisso, pur nel rispetto dell’ambiente, vogliono che questa modalità di tessitura sia tramandata, e se possibile praticata, anche dalla future generazioni. Un modo per sostenere l’unicità di queste terre che si affacciano sul mare “nostrum”.

Tutte le maggiori civiltà del bacino del Mediterraneo, greci e romani compresi, conoscevano questa meravigliosa fibra, chiamata anche “seta del mare” ed esistono dei riferimenti persino nel testo biblico.

Partendo da ciuffi di esili filamenti, c’è un lungo ed elaborato processo di lavorazione, con la liberazione dalle impurità, il districare, la dissalazione, il riposo in acqua dolce, bagno nel succo di limone, filtraggio in un insieme di alghe.

Il lavaggio, anticamente, avveniva anche all’interno dell’urea di vacca, per schiarire e dare luce alle fibre. Si inizia poi l’opera di filatura vera e propria, su antichi telai (erano in uso fusi tarantini o ciprioti, in piombo), realizzando tessuti che sono esposti in vari musei, non solo nel nostro paese.

Il prodotto finale, un finissimo e morbido indumento, di enorme pregio, resistente alle lacerazioni e non infiammabile. Vesti che venivano indossate, con stupendi ricami, anticamente solo dalle classi aristocratiche, in primis sacerdoti ed imperatori. Poi anche da papi, re e dagli zar.

Il bisso veniva utilizzato anche per produrre le “tarantinidie”, abiti femminili di moda in epoca classica, trasparenti ed allusivi. Spesso queste fibre venivano colorate anche con la porpora.

La pregiata e costosa “seta marina” era una delle principali lavorazioni della città di Taranto, dai tempi dalla Magna Grecia, e questa tradizione è rimasta fino all’arrivo dei bachi da seta in allevamento, che fecero perdere al manufatto diversi mercati di sbocco.