“Dammi una mano” 

| A colloquio con la regista Raffaella Covino |

0
3192
Raffaella Covino

di Benedetta Orsini Federici

pubblicato il 25 aprile 2017 15:13:51

Sul grande schermo emozioni e relazioni umane prendono vita, con sullo sfondo l’Umbria, tra Perugia ed Assisi, e sono firmate dalla regista locale Raffaella Covino, a cui abbiamo rivolto alcune domande.

Perchè il titolo “Dammi una mano”?
“Dum” mostra il cambio di status delle persone che, da un momento all’altro devono reinventarsi e rialzarsi per ricostruire un nuovo modo di vivere. Mette in luce la caduta delle certezze e del momento della crisi che, se vissuta con forza d’animo, tenacia e positività, riesce a creare nuove possibilità.

Di cosa parla il film?
Nel film si racconta la storia di Caterina, una psicologa realizzata nella vita che, all’improvviso, si trova a dover reagire per non lasciarsi sopraffare dagli eventi e ritrovare un suo equilibrio personale. Nel film si incrociano anche storie di altre persone vicine al mondo di Caterina.

Si può parlare di visione femminista nel film?
No, assolutamente. Il femminismo ci ha dato tante opportunità, ma attualmente dovremmo rivedere alcuni aspetti quali la solidarietà tra noi donne e la collaborazione con l’uomo. Dovemmo cercare di essere meno aggressive e riscoprire la nostra femminilità.

Che ruolo hanno quindi la figura maschile e femminile?
Le protagoniste sono sicuramente le donne ed il modo in cui interagiscono con gli uomini, ma non c’è una contrapposizione uomo-donna. Piuttosto, si cerca di restituire allo spettatore, in modo realistico, l’attuale confusione di identità sociale e sessuale uomo-donna. C’è incomunicabilità tra i due sessi, dovremmo ricominciare a dialogare con gli uomini perché l’unione uomo-donna è una grande risorsa. Non a caso la sceneggiatura di Dum è il frutto di una collaborazione con Vincenzo Terlizzi, un uomo appunto.

Quindi, come viene descritta la donna in Dum?
In Dum viene messa a fuoco la molteplicità dell’essere donna: dalla “mangiatrice di uomini” che in realtà anela ad essere una principessa, alla donna che si sente realizzata ed è un po’ ingenua, ma che nei momenti di crisi, attraverso la solidarietà e la creatività, sa reagire ed accettare una nuova realtà senza perdere il suo lato puro.

Certo che all’inizio del film Caterina sembra un personaggio davvero stucchevole agli occhi di alcuni spettatori, tu come la vedi?
È un personaggio complesso che l’attrice Ilaria Falini ha saputo portare avanti in modo magistrale. Sì, all’inizio può risultare stucchevole, ma poi si trasforma nel corso degli eventi e dimostra di essere in grado di non colpevolizzare gli altri, ma anzi di credere nell’aiuto degli altri. Dimostra di saper assumersi la responsabilità e di trasformare i momenti di crisi in opportunità, pur mantenendo la sua ingenuità e continuando a vedere la vita con gli occhi di una sognatrice. Abbiamo bisogno dell’aiuto dell’altro e farcela da soli è un’illusione della società moderna. Noi dipendiamo anche dagli altri e da una buona interazione con loro. Caterina riesce a comunicare quello che le accade, ad aiutare gli altri, ma anche farsi aiutare. Questa è la sua grande forza.

La parte più complessa di Dum?
Dum tocca le sfere più delicate dell’uomo: famiglia, amicizia, lavoro; è un film incentrato sul vitalismo, sulla voglia di non fermarsi, sul risolvere le incomprensioni e capire le persone diverse da te, insomma è un film che va in crescendo. Essendo un’opera prima, all’inizio è un po’ destabilizzante, poi c’è un concatenarsi di eventi e situazioni in cui tutti i tasselli ritornano. Come diceva lo sceneggiatore americano Syd Field, quando scrivi una sceneggiatura devi aver chiaro inizio e fine. In questo film aver portato a termine il processo di tutti i personaggi ed uscire dalla sala cinematografica con un senso di compiutezza e spunti di riflessione credo sia stato il lavoro più complesso.

Raffaella, parliamo di “Dammi una mano” (Dum: perché consiglieresti di vedere il tuo film?)
È una commedia fatta da giovani professionisti, è divertente e leggera, perfetta per chi desidera scrollarsi di dosso la pesantezza dei problemi che ammorbano la nostra vita. Il nostro scopo è rubare almeno una risata agli spettatori in un momento di crisi in tutti i campi dell’esistenza. Ma, tra una risata e l’altra, lo spettatore si troverà di fronte ad un film che dà alcuni spunti di riflessione. Inoltre, Dum è un prodotto totalmente umbro, realizzato con soli 5mila euro a km zero, dall’associazione “Ogni Fotogramma”, insieme a Promovideo e Sound Studio Service, con la partecipazione straordinaria di David Riondino, il quale ha creato la canzone per il film.

Quali sono le frasi della canzone di Riondino che meglio riassumono il senso del film?
“Dammi una mano amore che a domandare ci vuole coraggio” e “Perché da sola non ce la faccio”, a mio avviso racchiudono il messaggio del film, ovvero non aver paura di chiedere aiuto e di comunicare con l’altro.

Quali sono le emozioni della regista nel rivedere Dum?
Stupor mundi per utilizzare una locuzione latina; un’emozione ricca di orgoglio perché questo film per me è davvero un’opera che va oltre le mie aspettative, anche per lo sforzo profuso da parte di tutti quelli che ci hanno lavorato.

Quanto tempo ci è voluto per realizzare il film e dove è ancora possibile vederlo?
Il film è stato selezionato al Festival del Cinema Italiano a Miami, e tra il girato e la post produzione ci sono voluti tre anni. È stato proiettato in alcune piccole sale cinematografiche dell’Umbria ed anche al multiplex “Le Befane” di Rimini. Da gennaio cominceremo il tour per l’Italia nei piccoli cinema, e dal 5 gennaio tutti i giovedì alle 21,30 Dum verrà proiettato al Postmodernissimo di Perugia.

Progetti per il futuro.
Dum è il mio primo film e, credetemi, è stata un’esperienza non ripetibile perché è stato fatto basandosi sulla partecipazione di tutti. Adesso verrà messo in cantiere il prossimo film che si basa sulla notte del blackout avvenuto il 28 settembre 2003 in Italia.

Un’ultima domanda, per riprendere quella ricorrente nel film: “Chi avrebbe voluto essere da bambina Raffaella”?
Da 23 anni sono un’imprenditrice e da 15 lavoro nel campo del cinema che, un passo dopo l’altro, mi ha portato alla realizzazione di questo film. Cosa volevo fare da piccola non me lo ricordo, ma so con certezza che da grande voglio essere una regista.