“Corpo e anima”, un macello la vita senza emozioni

Al cinema il film della regista ungherese premiato con l’Orso d’oro

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Corpo e anima

di Cristiana Dominici – Al cinema “Corpo e anima”, film  della regista ungherese Ildikò Eneydy, candidato agli Oscar del 2018 nella categoria miglior film in lingua straniera  e premiato con l’Orso d’oro all’ultima edizione del festival internazionale di Berlino.

Ambientato prevalentemente in un macello di una Budapest pressoché invisibile, forse perché ciò che accade all’interno del mattatoio è possibile in ogni luogo di lavoro in mondo precario, si incontrano  la nuova ispettrice di qualità appena assunta, la glaciale Maria, interpretata da Alexandra Borbely ed il direttore finanziario  Endre (Geza Morcsàny), e si riconoscono, entrambi anime defraudate dalle emozioni che tengono sopite.

Il direttore finanziario e Maria, temuta dai dipendenti per l’accuratezza quasi ossessiva nell’applicazione dei  parametri di qualità ai bovini macellati, si avvicinano esplorando le loro reciproche solitudini. Esseri umani in corpi che somatizzano le emozioni paralizzate. Lui ha la spalla e il braccio sinistro bloccato, il lato del cuore, lei ha perso il senso del tatto, non ha nessuna relazione con  il proprio corpo ne contatto con gli altri, chiusa in un abbigliamento che esclude qualsiasi forma di seduzione e femminilità, in un autocontrollo espresso nella memoria maniacale delle date, si ricorda perfettamente quando ha avuto la varicella e disquisisce con Endre sui centimetri dei bovini destinati al macello in un controllo esasperato della qualità.

In netta contrapposizione sullo schermo, si alterna il mondo animale nella la cruda realtà del mattatoio dove scorre il rosso sangue dei bovini macellati nell’assoluta indifferenza dei dipendenti e un bosco dell’Ungheria bianco di neve incontaminato che ricorda un po’  la natura di “Bella e Perduta”, il capolavoro del regista italiano Pietro Marcello, ambientato nella nostra terra dei fuochi, scenario del  tentativo dei due pastori di salvare le sorti del bufalo parlante Sarchiapone destinato al macello, dove due cervi corrono liberamente, che è poi il luogo onirico del sogno condiviso di Maria ed  Endre.

Il sogno  verrà estorto, dalla surreale psicologa del mattatoio  e con dovizia di particolari, seppur non sottratto, poiché diventerà strumento rivelatore di conoscenza per i protagonisti, in un test psicologico al quale verranno sottoposti tutti i dipendenti.
Sorprende l’accettazione passiva delle risposte, come se la dimensione onirica di ogni  essere umano possa diventare oggetto di un quiz attitudinale. Il sogno è faccenda privata, anche se i due protagonisti prenderanno coscienza di reincarnarsi oltre la realtà in due cervi che corrono liberamente nel bosco, in un sogno puro e liberatorio, anche se a entrambi  verrà chiesto dalla poco credibile psicologa  se i cervi si annusano soltanto o si accoppiano.

L’avvicinamento si snoda tra impaccio e tenerezza, e condurrà Maria al desiderio di superare lo stadio infantile, che nonostante la terapia con lo psicologo non riesce ancora a superare attraverso la musica quando si reca per la prima volta nella vita in un negozio di dischi  e acquista un interminabile pila di cd tentando il superamento delle paralisi emozionali attraverso l’ascolto.

Sublime la scena, interpretata magistralmente da Alexandra Borbely, del tentato gesto estremo di Maria, dettato dalla percezione che l’esistenza stessa,  se privata di emozioni e sentimenti, non ha un  senso.  Gesto estremo sventato da Endre con un messaggio d’amore, seppur in  una realtà ancora  imperfetta e niente affatto disinvolta.  Se guarire dal macello dell’anima e se i corpi di Endre e Maria possano riappropriarsi di una dignità corporea, è la domanda che la regista Ildikcò Enyedi lascerà allo spettatore. Maria non conosce ne riconosce la sessualità, racchiusa in rigidità corporea che  non smette mai  di esercitare l’autocontrollo con l’ossessione dell’ordine,  il tavolo non può essere contaminato dalle briciole della colazione mattutina  ma all’improvviso non ricorda il sogno ricorrente di ogni notte lasciando aperta l’ipotesi che l’equilibrio  tra sogno e realtà sia un sentiero percorribile e una  scommessa da giocare che rende i  protagonisti complici nella stessa. Se la guarigione sarà possibile, non lo sappiamo.