Cent’anni dalla Grande Guerra.

È l’ora di chiedere scusa ai Caduti con qualche cancellazione

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La grande guerra

di Paola Gualfetti

È l’ora di chiedere scusa ai Caduti con qualche cancellazione

Nella  ricorrenza del centenario della prima guerra mondiale, ancora alquanto confusi, diciamoci la verità, sulla opportunità e sulle modalità di celebrare un conflitto che costò troppe vite umane in nome di quel “sacro egoismo nazionale” che tenne alto il morale degli italiani, non dobbiamo soprattutto dimenticare le vittime non solo degli archibugi austriaci, ma dei Tribunali di guerra, gestiti direttamente dai nostri generali ed ufficiali, al fine di punire in modo esemplare, leggi fucilazione, tutti quei nostri concittadini che avessero tentato di sottrarsi agli obblighi della disciplina e del combattimento.

“Paurosi ingranaggi posti a qualche chilometro dalla linea del fuoco – scrive lo storico assisano Arnaldo Fortini nel libro”Quelli che vinceranno”, al tempo giovane avvocato, operante in zona di operazioni di guerra quale ufficiale difensore presso il Tribunale militare di prima linea, quinto Corpo d’armata. Rivivo l’orrore di quei processi (dieci, quindici al giorno) il cui oggetto era generalmente la vita di uno o più uomini, la pietà di quei soldati discesi dalle trincee, con la divise lacere, con negli occhi il riflesso della vertigine della battaglia, accatastati sulla paglia come armenti senza nome, condotti in catene al luogo del giudizio, immobili sull’attenti davanti a coloro che avrebbero deciso la loro sorte;

la tristezza di quelle creature umane, la disperazione di quelle mamme, di quei padri, di quelle spose, di quelle sorelle, di quei figli accorrenti da ogni regione d’Italia, supplicanti da ogni città, da ogni sperduto casolare; la trepidazione di quelle lotte, di quelle discussioni, di quelle difese in cui era affidato alla virtù della parola, all’efficacia dell’argomentazione l’arduo compito di battersi per strappare un’esistenza alla morte e all’infamia; la gioia smisurata di certe vittorie, la ribellione fremente di fronte a certe altre sentenze spietate; l’angoscia di quegli ultimi colloqui, nelle segrete del carcere, mentre la scorta attendeva il condannato per accompagnarlo al luogo dell’esecuzione; l’affannosa oppressione di quei Tribunali straordinari svolti all’aperto.

Chi mai potrà dimenticarvi? E tu, povero alpino del battaglione Vicenza, che, condotto al palo del supplizio, su di un pianoro nevoso di Raossi in Vallarsa, volesti ringraziarmi, con le lacrime agli occhi, di quanto avevo tentato di fare per la tua salvezza? Chi non passò per queste prove, non conobbe il volto del più disperato amore verso i propri fratelli”.

Una condanna della guerra, questa del grande Fortini, senza fanfare, né bandiere, senza citazioni di nomi di comandanti e generali divenuti famosi per aver vinto uno dei più sanguinosi conflitti. Per i meno giovani, i libri di storia in uso nelle scuole parlavano di battaglie, di grandi generali, di tappe e date da memorizzare in modo ferreo per aride interrogazioni. Mai la lettura di una lettera di un fante dal fronte, dalla trincea. Mai un cenno di quei tribunali di morte.

E la memoria storica consegnataci si traduceva nel semplice ricordo, fissato in un voto del registro, dei nomi e date di quegli orrori celati. Salvo però, ogni 4 novembre, rompere la monotonia delle aule con la recitazione di poesie ardenti di amor patrio, sotto ad un monumento salutato dal silenzio di una tromba e dalle lacrime di qualche “eroe” contadino, fortunosamente sopravvissuto, dai bianchissimi capelli ben curati per l’occasione, sull’attenti, con una mano nel cuore e l’altra sul cappello.

Dopo cento anni, alla luce di certe verità, è giunto il momento di chiedere scusa a quei giovani caduti nelle trincee ed in quei Tribunali. Non c’è bisogno di un’altra Norimberga. Basterà solo cancellare dalle nostre vie e piazze il nome di tutti quei Generali che, a diverso titolo, per arroganza, bramosia di potere o cieca ubbidienza alle aristocrazie dominanti, inviavano dai Comandi ordini omicidi del nostro autentico amor Patrio.