Benedetto Lupo e Debussy, un viaggio nel simbolismo

Il Morlacchi rimane incantato di fronte alla bravura del grande pianista impegnato in un programma integralmente debussiano

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Benedetto Lupo al Morlacchi

di Stefano Ragni – Un programma integralmente debussiano, al pianoforte, è un bell’impegno, sia per chi suona che per chi ascolta.
Al Morlacchi, ieri pomeriggio, quaranta minuti di prima parte e trentacinque di seconda. E trattandosi di Debussy, l’autore che forse più di altri ha sondato i misteri della percezione visiva e acustica dei fenomeni naturali, occorreva anche la magia.

Gli Amici della Musica di Perugia, per celebrare il primo centenario della morte del grande musicista francese, si sono affidati alla mano magistrale di Benedetto Lupo, uno degli artisti che rappresenta al meglio le qualità espositive di un pianismo di grande qualità.

Oltretutto, in un’integrale debussiana, le scelte sono obbligate, ma ci sono anche spazi per inserzioni preziose. Evitando la prosodia dei Preludes, pannelli paludati e celebrati in ogni dove, Lupo ha puntato tutto su Images e Estampes, raccolte in cui il simbolismo debussiano ha toccato quelle zone remote dell’ascolto esteriore, della percezione visiva e tattile, che si fanno poi risonanza interiore. Con le mille possibilità che si offrono all’ascoltatore di farsi un suo quadro di riferimento dove distillare quel che più lo ha colpito, si tratti di luce di colore o di rifrazione.

L’intelligenza programmatica di Lupo ha previsto un inizio di concerto suggestivo al primo impatto. Si trattava delle tre “Images oublieès”, brani scritti da un musicista trentenne, ma già programmatici di quelli che saranno ulteriori sviluppi di poetica: l’incantesimo, la rievocazione della “grandeur” della Francia e il gioco infantile come metafora della impostazione della propria esistenza. Ecco quindi un Lento iniziale, misterioso come tanta musica debussiana, con sonorità immerse in quelle acque oscure dove i filamenti delle meduse sfiorano anemoni e coralli, un mondo sommerso dalle sonorità attutite, con ombre che si proiettano in una sinistra proiezione duttile e guizzante. Qui il pianismo di Lupo si è subito caratterizzato per quella sonorità vaporosa, acquorea e volatile che è propria di un interprete che entra in immediata consonanza col suo autore di elezione. Da lì, la successiva visione di un quadro del Louvre e la citazione della melodia infantile sono state le logiche conseguenze del progetto esecutivo.

Con una straordinaria capacità di concentrazione Lupo ha svolto, nella prima parte della serata, la contemplazione dei tre luoghi fantastici delle Estampes (1903) e della prima serie di Images (1905). Non possiamo dar torto a chi sostiene che Debussy è sempre eguale a se stesso, ma, anche se è vero, ci fa piacere immergerci in questo mondo senza tempo, dove è l’acqua che sembra far rintoccare lo scorrere delle ore, come in quel celebre dipinto di Dalì, dove i quadranti degli orologi si liquefanno, come un elogio allo “sciogliersi” del tempo.

Tirato il fiato per una ventina di minuti, perché anche noi ascoltatori avevamo bisogno di una pausa, ecco il rientro di Lupo per la seconda serie di Images, del 1907. E’inutile volersi scrollare di dosso i quadri degli Impressionisti, vicinanza che a Debussy dava molto fastidio. Ma come non pensare a loro quando la tastiera si fa tappeto di foglie morte, contempla la luna su un tempio cambogiano immerso nella vegetazione e si incanta davanti a due pesci d’oro, immobili perché laccati su una superficie nera? Il pianoforte sfiora, mormora, sussulta e Lupo dirige il traffico dei suoni con impeccabile controllo. Sfiorando, in “Poisson d’or”, il virtuosismo di scrittura sonora.
Chiusura con il “meno noto”, la ridda di Masques-maschere, un carnevale di un non celato sapore spagnolo che potrebbe far pensare al Picasso del periodo dei pagliacci. Indi un misterioso Esquisse-schizzo, edito solo nel 1901, un canopo isolato, quasi un mormorio senza risonanza. E, meno male, lo scintillante Isle joyeuse-isola gioiosa, troppo chiassosa per essere la sonorizzazione delll’Embarquement pour Cithére di Watteau. Meglio pensare all’isola fortunata della maga Alcina e ai suoi concreti incantesimi sui Paladini.

Sorridente e soddisfatto Lupo ci lascia con un bis, un altro Debussy, il valzer “La plus que lente”, languore da cafè chantant, luogo ideale per “l’uomo in frac”.

Applausi, ma il pubblico non ha insistito troppo per un altro Debussy.