Auguri mamma Antonietta

| Che oggi avrebbe compiuto 100 anni |

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Paola Gualfetti

 di Paola Gualfetti

pubblicato il 19 gennaio 2017 14:42:09

Oggi la mia mamma Antonietta (non poteva chiamarsi diversamente) avrebbe cento anni.
Da ben 44 è partita per il viaggio più lungo che abbia fatto, dopo quello di nozze il 24 aprile 1940, da Montefranco, paese di alta collina, in Valnerina.

Due soli giorni, giusto il tempo per un ritratto sul bagnasciuga di Ostia. Lui in giacca e cravatta, lei con il vestito venato di pizzo ed i tacchi.
Un grande amore per quel falegname sensibile e raffinato che, quando si recava a Terni per acquistare legno e vernici, le comperava dal profumiere fard e rossetto, di certo non richiesti da lei, ma capaci, secondo lui, di renderla ancora più bella e luminosa.

Ma la guerra richiamò quel giovanotto del ’15 che salì su un treno che lo avrebbe portato nientemeno che in Russia, per ridiscenderne subito, calandosi furtivamente dal finestrino, finendo così perseguitato dai fascisti.

E lei, nel silenzio operoso che ha caratterizzato tutta la sua giovane vita, ne seguiva il rifugiarsi presso amici e parenti, fino ad infilargli per mesi mesi un piccolo tegame col cibo attraverso una fessura sul tetto, ove mio padre se ne stava giorno e notte.

Coraggiosa ed operosa, d’inverno raccoglieva le olive, ridendo e cantando, l’estate “faceva le maglie” che venivano esportate, si diceva, in America, oltre a ricamare la più bella biancheria del territorio per le spose più ricche di Terni, in particolare per la famiglia dell’on Filippo Micheli, suo illustre compaesano, che la trattava con amicizia diversa dalle altre, perché amica intima di sua sorella e donna simpatica e brillante.

Mai un lamento per la fatica,e molto spesso, dinanzi ad una magra cena per quattro bocche, ripeteva intorno alle sei di sera di non aver digerito e quindi di non poter mangiare.

Solo tardi ho compreso certi digiuni. Nella antivigilia del Natale 1957, intorno alle sette di sera, le sue fragorose risate si spensero dinanzi a mio padre che, pallidissimo, apriva in modo forsennato la finestra della cucina nella speranza che l’aria fredda lenisse quella sua costrizione al torace pesante come una pietra.
Per mesi e mesi lo assistette come una vestale, ponendosi ancor più al centro della famiglia per vincere, con ogni possibile mestiere, tranne uno, quella povertà, nel timore che avrebbe potuto far cessare gli studi a me e alla mia sorella più grande che, miracolosamente, riuscì ad andare alle magistrali, compagna di scuola di figlie di avvocati e medici ternani.

Lei, figlia di un falegname costretto all’inattività, senza lavoro, né cassamutua né reddito.

Il sogno di mia madre era lo studio, il solo in grado di affrancare tanti disagi.
Ha dato tutta la sua vita per “l’istruzione” di noi figlie, fino a terminarla, appunto, il tre marzo 1972, quando, al mio ritorno da Perugia dopo la discussione della mia tesi di laurea, alla notizia, mi sussurrò le sue ultime parole: “adesso muoio contenta”.

Si spense così, ricongiungendosi al suo uomo, la cui morte di pochi mesi prima, aveva spezzato anche il suo cuore.

AUGURI, MAMMA!!!!