Alla Porziuncola c’è il “Perdono d’Assisi” 

| Intervista a Padre Rosario Gugliotta |

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padre Rosario

di Francesco Castellini

pubblicato il 02 agosto 2017 09:09:49

E’ terminato il 20 novembre 2016 l’Anno Santo della Misericordia, aperto in San Pietro a dicembre del 2015, fortemente voluto da Papa Francesco.
Il Giubileo straordinario ha coinvolto anche la nostra Umbria, vicinissima a Roma e culla di importanti santuari.

Due i luoghi indicati dai vescovi: la Porziuncola a Santa Maria degli Angeli; e il santuario dell’Amore Misericordioso di Collevalenza, dono di Dio all’Umbria attraverso il cuore di Madre Speranza, recentemente beatificata.

E di certo quello che ha reso nota in tutto il mondo la Porziuncola è soprattutto il singolarissimo privilegio dell’Indulgenza, che qui va sotto il nome di “Perdono d’Assisi”, e che da oltre sette secoli fa convergere verso di essa orde di pellegrini.

Milioni e milioni di anime hanno varcato questa “porta della vita eterna” e si sono prostrate qui per ritrovare la pace e il perdono nella grande Indulgenza della Porziuncola, la cui festa si celebra la mattina del 1 agosto e si conclude con il Vespro solenne del 2 agosto.

L’aspetto religioso più importante del “Perdono d’Assisi” è la grande utilità spirituale per i fedeli, stimolati, per goderne i benefici, alla confessione e alla comunione eucaristica.

Confessione, preceduta e accompagnata dalla contrizione per i peccati compiuti e dall’impegno a emendarsi dal proprio male per avvicinarsi sempre più allo stato di vita evangelica vissuta da Francesco e Chiara, stato di vita iniziato da entrambi alla Porziuncola.

L’evento del Perdono dunque resta una manifestazione della misericordia infinita di Dio e un segno della passione apostolica di Francesco d’Assisi.
A ripercorrere la storia è Padre Rosario Gugliotta, da due anni nominato Custode di questo luogo sacro.

Padre Rosario perché la Porziuncola è particolarmente legata alla Misericordia?
«Perché rappresenta uno degli episodi fondamentali della vita di San Francesco. Siamo nel 1216, un momento non certo facile, sta redigendo la Regola, lui dice che lo stesso Signore gli detta quello che deve scrivere, mentre dall’altro sperimenta la resistenza dei frati, che gli dicono “per noi la Regola è troppo dura”. Francesco vive dunque un momento di grande sofferenza, dove da una parte c’è il Signore che chiede a lui e ai suoi frati una certa vita e dall’altra però la risposta non è entusiasta, non è positiva».

Sicuramente una profonda solitudine, anche se illuminata da Dio, ma sempre una solitudine.
«Lui in questa solitudine si sente perso. Non può realizzare quello che ha nel cuore, e molto probabilmente pensa anche di lasciare tutto, fino al punto che per vincere questa tentazione, secondo una prassi medievale, si rotola fra le spine. Da lì due angeli, che rappresentano sempre il soccorso di Dio che si prende cura di noi, lo guidano e lo portano in Porziuncola. Lì ha l’apparizione di Gesù sull’altare che gli dice: “Francesco dimmi quello che vuoi che io te lo do”. Lui avrebbe potuto chiedere subito la sottomissione dei frati o qualcosa per le sue tante malattie, o chissà quante altre richieste poteva avere nel cuore… Invece dice: “Voglio che chiunque, pentito o assolto dal suo sacerdote, venga qui alla Porziuncola e ottenga l’in – dulgenza plenaria di tutti i peccati”. Gesù gli risponde: “Cosa grande ciò che tu chiedi, ma di cosa ancor più grande tu sei degno. Vai dal mio vicario in terra e fatti approvare quanto io ti ho già concesso”. Così Francesco va a Perugia dove si trova Onorio III, che è stato appena eletto, e gli avanza la sua richiesta. Il Papa però non vuole approvare la sua indulgenza. Addirittura una delle fonti parla di cardinali contrari che affermano: “Santo Padre se dà questa indulgenza per una chiesetta così piccola chi verrà a Roma?”. Noi non sappiamo come sia andata. Si dice che il Papa sottovalutando un po’ Francesco gli lanci una provocazione: “intanto vai a rotolarti fra i porci, poi quando ritorni ne parliamo”. Francesco fece quello che gli aveva chiesto il Pontefice per poi tornare da lui: “ora cosa devo fare?”. Alla fine il Santo Padre si arrese al suo volere. E nel testo tratto dalla lettura del Diploma di Teobaldo si legge: e il Papa lo chiama e gli dice “O semplicione vieni che ti devo dare questo documento”, ma lui rispose, “no mi basta la sua parola, se è opera di Dio andrà avanti”. Francesco va alla Porziuncola e il 2 di agosto del 1216, presenti tutti i vescovi dell’Umbria, annuncia questa indulgenza dicendo: “io voglio mandare tutti in paradiso. Questa è la porta del cielo”».

Perché Francesco chiede la Misericordia come dono?
«Perché in tutte le vicende della sua vita lui ha trovato la sua felicità non in altre cose se non nel sentirsi conciliato con Dio. E questo dono che il Signore ha fatto a lui, lui lo ha voluto che sia per ogni uomo. Lui ha capito che l’uomo è veramente felice non quando ha questo o quell’altro, ma quando è pienamente riconciliato con Dio, che poi è una conciliazione che porta anche a vivere in armonia con i fratelli e con il creato. Francesco è colui che è ritornato dal paradiso terrestre, l’uomo che ha uno sguardo nuovo sulle cose e anche sul creato. Un’armonia perfetta che si realizza solo nello stato di grazia. Lui ha sperimentato che la sua esperienza, questo suo vivere riconciliato con Dio è stata per lui la salvezza. E questa sua felicità la vuole condividere».

Padre, si può parlare anche in termine un po’ più laici di un uomo che spesso perde la strada maestra, distratto dai falsi miti?
«L’uomo più felice è quello che intraprende il sentiero giusto, quel qualcosa che lo riconcilia con tutto ciò che lo circonda, fratelli, natura, se stesso… Intraprendere un percorso giusto verso l’armonia, verso la divinità che è dentro di noi, che spesso neghiamo, non sappiamo riconoscere. Questo porta alla perfezione, alla grazia…».

La tentazione potrebbe essere quella di pensare che magari questo è un percorso per alcuni… Magari pensando ad una categoria di religiosi, di consacrati…
«La stessa sete c’è in tutti. L’uomo ha iscritto in sé questo desiderio di felicità che viene dalla riconciliazione con tutto quello che lo circonda. Tutti ne sentono ugualmente il bisogno… Non è che chi non è credente ha altri criteri. Nessuno vuol vivere isolato o in conflitto con tutti. C’è un desiderio di armonia che è universale. Francesco dice che può venire solo da Dio. Perché chi crede sa che chi rinuncia alla fonte spesso non arriva alla soluzione del problema, perché l’unica soluzione è il Creatore ».

Perciò già avere il desidero, anche chi non fa un cammino di fede, o chi non ha avuto la grazia della fede, però già questo desiderio è già tanto.
«Vivere riconciliati, sentirsi perdonati, vivere delle relazioni di misericordia, è alla base di tutte le relazioni umane. E spesso tutto questo è disturbato. L’uomo è corrotto e corruttibile e dunque questa figura di San Francesco che parla di umanità, di uno stato di grazia, di una bellezza che si irradia tutto intorno a partire dal proprio cuore, io la considero una figura eterna, che vale per tutti».

La parola misericordia come possiamo coniugarla?
«Francesco quando alla fine della sua esistenza terrena pensa a fare un resoconto veloce della sua vita vede l’inizio di tutto nell’abbraccio del lebbroso. Lui dice, “quando io ero nei miei peccati il Signore mi usò misericordia, andai fra i lebbrosi e usai ad essi misericordia. E da quel momento tutto quello che era amaro mi si è trasformato in dolcezza di animo e di corpo”. L’usare misericordia cambia la vita. È questo che noi non riusciamo a capire. Noi siamo ancora nelle dinamiche del più forte. Attira la nostra attenzione chi grida di più, chi dice l’ultima parola. Quello non creerà mai delle relazioni pacifiche anche se apparentemente può sembrare… Si arriva ad un compromesso… ma la pace vera viene sempre dal sentirsi perdonati da Dio e uno che si sente perdonato che può fare se non perdonare gli altri. Io ho avuto misericordia io devo dare misericordia. C’è un abbraccio sincero che ci mette nella verità ».

Al laico, al non credente, come si potrebbe declinare il termine misericordia.
«Beh, tra l’altro il termine misericordia nella Bibbia richiama letteralmente alle viscere materne. È quello che prova una madre per il proprio figlio. La madre si sente ribollire. Un po’ viene presa questa immagine, sono le viscere materne che per il proprio figlio vibrano. La capacità di entrare in perfetta comunione con l’altro. Di sentire l’altro come parte di te stesso. La misericordia è la capacità di partecipare. La risposta che la madre darebbe al proprio figlio. Anche quando il figlio avesse verso la propria madre dei brutti atteggiamenti la madre mantiene sempre la sua generosità, il figlio sta sempre al centro di tutte le sue relazioni».

Padre Rosario, lei è sia il custode della Porziuncola, sia della comunità della basilica. Come vive questa responsabilità?
«La vivo con tranquillità, anche se la responsabilità c’è. Siamo più di settanta frati. Se riusciamo a fare della misericordia davvero il perno delle nostre relazioni le cose cambiano. Bisogna avere la pazienza di aspettare l’altro. Io di temperamento sono molto duro. Ma mi accorgo che se tengo questo aspetto un po’ più di attesa, di saper attendere, di saper aspettare, di dare spazio all’altro. Penso sia proprio un modo diverso di impostare la vita. Monsignor Martinelli ci ha fatto delle meditazioni molto belle per il perdono parlando proprio della misericordia come fondamento di un nuovo umanesimo. Dobbiamo pensare ad una umanità nuova fondata sulla misericordia, su nuovi rapporti. E dobbiamo fare una lettura della storia con gli occhi della misericordia. Non ci può essere pace, conciliazione, vicinanza fra i popoli se non c’è questo sguardo di misericordia sulla storia nostra, sulla storia personale, sulla storia comunitaria, sulla storia universale ».

Come si può conciliare questo con il fatto che ogni uomo è diverso, è unico al mondo?
«Diceva un frate: dopo la divinità il più grande mistero è l’uomo. E noi non possiamo avere la pretesa di avere la verità in tasca, la pretesa di definirlo, di ingabbiarlo. Rimane tutto parziale. Ma l’auspicio è che questo giubileo straordinario sia l’occasione per avvicinarci, per interrogarci, per dare inizio ad nuova epoca, una nuova umanità. Sarebbe bello se questo anno di grazia mettesse le basi per delle relazioni nuove, per fondare un nuovo umanesimo, una nuova umanità, basata sull’amore e sulla misericordia di cui San Francesco è testimone ».

Lui è un testimone d’amore che ha pagato cara la sua dedizione e la sua fede.
«Noi rischiamo di vedere Francesco come un’immagine astratta, ma lui è passato per le stimmate, per la sofferenza. Ma del resto imparare a vivere, intraprendere un percorso verso la luce, verso la conoscenza, non è mai facile, non è mai scontato. Anzi, proprio su questo il Vangelo ci insegna che è frutto di una ascesi, di una educazione. Basti citare il richiamo che Gesù fa alla sua discepola: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno”. Quello che le rimprovera è l’affanno e la preoccupazione che mette nel lavoro. È agitata, è “presa dai molti servizi”, ha perduto la calma. Non è più lei a guidare il lavoro, è piuttosto il lavoro che ha preso il sopravvento e la tiranneggia. Non è più libera, è diventata schiava della sua occupazione. Non capita anche a noi a volte di disperderci nelle mille cose da fare? Siamo attratti e distratti da internet, dalle chat, dagli inutili sms. Anche quando sono gli impegni seri ad occuparci essi possono farci dimenticare di rimanere attenti agli altri, di ascoltare le persone che ci sono vicine. Il pericolo è soprattutto perdere di vista il perché e per chi lavoriamo. Il lavoro e le altre occupazioni diventano fine a se stessi. Marta era rivolta altrove, distratta. C’è Gesù lì ma lei è presa da altre cose. Lei nel voler dare troppo all’ospite, si dimentica che lui è presente. Certe volte anche il troppo donare può voler dire uccidere l’amore stesso».

Comunque sia l’amore richiede impegno, dedizione, fatica… 
«Molte volte dinanzi alla prima fatica prevale la rinuncia. Per i nostri giovani non c’è stato un percorso di insegnamento per far capire che la fatica, la sofferenza, è parte della vita dell’uomo. Noi non possiamo togliere ai nostri figli il doversi mettere alla prova. È chiaro che la vita è come una scalata, è faticosa, ma non se ne può fare a meno. Se si privassero i propri figli di fare fare le proprie esperienze potrebbe danneggiarli. Mai evitare la fatica».

Lei padre Rosario ha un rapporto particolare con San Francesco?
«Sicuramente è un uomo che affascina. Perché questa sua capacità di essere vero, di metterci tutto se stesso, di non lasciarsi distrarre da nulla, questo sguardo rivolto sempre su Cristo, è una grande testimonianza, il più alto insegnamento. Io vedo Francesco come l’uomo che è riuscito a portare a termine il progetto che il Creatore aveva su di lui. Perché alla fine La Verna che cos’è, quelle stimmate non sono altro che il sigillo sulla carne».

Il fatto di poter stare a contatto con le cose che fanno parte della storia di Francesco cosa le trasmette?
«Il dono più grande è la Porziuncola, dove lui si è sentito custodito, amato, protetto. Per lui la Porziuncola è la Chiesa e la Vergine Maria. Lui era come tornato nel grembo della madre. Lui là dentro faceva l’esperienza del bambino che in tutto e per tutto si sentiva protetto. Tant’è vero che alla fine della vita lui raccomanda ai frati di portarlo alla Porziuncola. Voleva rendere lo spirito della vita là dove aveva ricevuto lo spirito della grazia. E una cosa bella è che lui raccomanda questo luogo ai suoi fratelli. Qui è sempre rimasta la sua casa. “Non abbandonate mai questo luogo perché è l’abi – tazione di Dio e della Vergine Maria. Quello che chiederete qui con fede lo otterrete”. Sono le parole di un uomo che lì dentro ha sentito la voce, il calore, l’abbraccio di Dio. In qualche modo noi siamo coinvolti essendo i custodi. Noi cerchiamo di trasmettere l’esperienza di Francesco anche attraverso i luoghi, ai pellegrini che arrivano, ma logicamente dobbiamo viverla prima noi. Noi cerchiamo di viverla anche con il nostro stare qui, in continuità, vivendo come possiamo quello che lui ha vissuto ».

Il vostro lavoro principale qui è comunque accogliere i pellegrini.
«Sì. Abbiamo due categorie principali di frati: i santuaristi, che sono coloro che accolgono i pellegrini, li guidano, gli narrano il messaggio di Francesco; e i penitenzieri, che accolgono i penitenti dando la possibilità di vivere in modo sacramentale il perdono di Dio. E noi qui vediamo miracoli. C’è gente che arriva alla porta della basilica da turista e va via da pellegrino. Dinnanzi alla Porziuncola, ai ricordi di Francesco, si sente qualcosa che non si è avvertita prima. La grazia del luogo è importante. La porta sempre aperta della Porziuncola è l’immagine del cuore di Dio».