Abbazia di San Felice a Giano dell’Umbria 

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Abbazia di San Felice

di Stella Carnevali

 

L’Abbazia domina dall’alto un paesaggio di dolci colline che si snodano fino alla Valle Umbra

L’area gravitava sul ramo occidentale della via Flaminia, che da Narni raggiungeva Carsulae, si dirigeva verso Vicus ad Martis (Massa Martana) e agli insediamenti alle pendici dei Monti Martani fino a raggiungere Mevania (Bevagna) e infine Forum Flaminii (San Giovanni Profiamma verso Foligno), dove si ricongiungeva con l’altro ramo della Flaminia che passava per Terni e Spoleto.

Intorno al VI secolo il tracciato occidentale della Flaminia perse di importanza a favore di quello orientale, ma non dal punto di vista religioso.

Fu infatti il principale veicolo dell’influenza economico-patrimoniale ma anche religioso-culturale dell’Abbazia di Santa Maria di Farfa, nonché la strada che, posta nella zona di frontiera dove più intensi dovettero essere gli scontri tra Romani e Longobardi, facilitò l’incontro di tradizioni culturali e religiose diverse tra di loro.

E’ comunque certo che l’abbazia sabina qui vantava estesi diritti patrimoniali, tanto che gli agiografi farfensi elessero Vicus ad Martis a civitas, ovvero a città episcopale, evangelizzata da San Brizio e guidata da San Felice.

Storia
La tarda leggenda del vescovo martire Felice informa che il corpo del Santo, raccolto dai suoi fedeli discepoli, fu trasportato «nel luogo detto Castricianum oggi Giano, dove, continua il testo, fu sepolto onorevolmente. Il primo stanziamento di una comunità monastica presso la chiesa, viene fissato verso il 950 dall’erudito folignate Ludovico Iacobilli. Non si conoscono tuttavia le basi di questa datazione tant’è che le origini dell’abbazia sono tuttora oggetto di ricerca.

E’ comunque certo che nell’edificazione della chiesa, del XII sec., vennero ampiamente utilizzati materiali di spoglio di un primitivo oratorio. Ma anche se tale data non può essere confermata, essa risulta assai probabile in quanto sostenuta indirettamente dai numerosi frammenti scultorei riutilizzati nelle fabbriche successive, e ascrivibili a quel periodo, che si dimostra dunque assai intenso e vitale nella storia dell’edificio e del culto del Santo, in maniera tate da poter giustificare la presenza di una valida comunità monastica benedettina quale, appunto, è segnalata dalla tradizione e confermata dalla storia successiva.

L’ abate Giacomo è ricordato nel 1255, un altro abate, Pietro, nel 1313). Il giorno 11 marzo 1373 papa Gregorio IX sottopose San Felice, con una bolla, all’abbazia di Santa Croce di Sassovivo, di cui seguì le sorti fino alla decadenza del XV secolo.

Nel 1450 papa Niccolò V, deciso a riattivare le funzioni religiose da tempo sospese a causa della fatiscenza della chiesa, allontanò i monaci Benedettini cassinesi e soppresse l’abbazia, affidando la cura del complesso agli Eremitani di Sant’Agostino (Agostiniani).

Un documento datato 29 agosto 1450, informa che Niccolò V, accogliendo le suppliche inoltrategli dagli abitanti di Giano e di Castagnola, ordinava i restauri della chiesa e del monastero, che minacciavano rovina. Il 1 febbraio 1452, il vescovo di Spoleto Berardo, concedeva agli Eremitani di S. Agostino di poter raccogliere offerte per i primi interventi relativi alle abitazioni.

Ad ogni modo, solo il 20 luglio 1481, Sisto IV commise all’abate di S. Pietro di Bovara e al pievano di S. Angelo di Giano di immettere gli Agostiniani nel pieno possesso giuridico dell’Abbazia, ma soltanto nel 1496 Agostiniani presero formale possesso di San Felice. A questo periodo sembra ascrivibile la costruzione del chiostro attuale, sul fianco destro della chiesa.

Il XVI sec. fu costellato da liti in seno all’ordine e da contese circa i vasti possedimenti dell’Abbazia, ed è in questo stesso periodo che la struttura conobbe notevoli cambiamenti con interventi destinati a modificare in modo sostanziale l’originale aspetto del complesso: il chiostro, la sopraelevazione delle navate laterali della chiesa – che venne anche dotata della loggetta semicircolare al disopra della navata centrale e di una nuova facciata – l’innalzamento della torre campanaria e la costruzione del refettorio. Fonti locali riportano che alla fine del Cinquecento nell’abbazia vivevano 28 frati e 14 novizi.

Le accuse di immoralità e di evasione fiscale di cui gli Agostiniani si macchiarono offrirono il fianco al loro allontanamento, avvenuto nel 1798 in seguito a continui contrasti con il comune di Giano.

Il patrimonio dell’abbazia fu confiscato e il cenobio spogliato di ogni bene mobile. I beni furono devoluti da Pio VI alle scuole del Comune di Spoleto. Nel monastero subentrarono per breve tempo i Passionisti, che vi rimasero fino al 1803.

Dal 1815 il convento fu la culla della Congregazione del Preziosissimo Sangue, fondata da S. Gaspare del Bufalo, i cui sacerdoti sono tuttora a capo di San Felice.

Architettura
Collocata su una terrazza naturale alle pendici dei Monti Martani, a pochi chilometri da Giano dell’Umbria, l’imponente complesso abbaziale di San Felice nacque per ospitare le spoglie del santo sul luogo di una primitiva chiesa paleocristiana nella quale vennero reimpiegati reperti romani appartenenti alla scomparsa “Città Martana”.

Il suo aspetto è caratterizzato da massicci edifici disposti ai lati della chiesa abbaziale. La chiesa, (1130 circa) è tipica espressione del romanico spoletino. Lo schema architettonico segue fedelmente il prototipo di San Gregorio Maggiore di Spoleto (1079-1146) e si accomuna ad una serie di chiese sparse nella vallata.

La struttura architettonica è strettamente legata ad un periodo di grande rinnovamento ed evoluzione, che si esplica in una eccezionale attività edilizia chiesastica, ben configurata in Spoleto e nelle sue immediate adiacenze, dove lo stesso impianto basilicale lo ritroviamo nelle chiese coeve di S. Gregorio Maggiore, di S. Ponziano, di S. Giuliano sul Monteluco, di S. Sabino, di S. Brizio e di S. Pietro di Bovara.

Tuttavia San Felice si distingue da queste per una maggiore e più accentuata monumentale solennità, sottolineata, soprattutto, dalla presenza delle volte in sostituzione delle capriate. Monumentalità oggi avvertibile soprattutto all’interno, date le gravi alterazioni della facciata e della parte absidale, attuate dal 1516 in poi.

Il grande complesso abbaziale è composto da tre parti distinte: la benedettina, l’agostiniana e un’appendice agricola. La prima, più antica a forma di “U”, è affiancata alla parete meridionale della chiesa ed è stata molto rimaneggiata dagli Agostiniani per cui non è possibile ricavarne l’originario assetto. La seconda, eretta dagli Agostiniani, corrisponde al settore addossato alla parete nord della chiesa che comprende anche la torre campanaria, l’ala nord, l’ala sud, il refettorio e il chiostro con i due loggiati sovrapposti. La terza è una lunga e bassa costruzione voluta dal Comune di Spoleto per usi agricoli.

Molti frammenti di epoche furono largamente riutilizzati: dal capitello romano composito inserito sotto l’oculo di facciata (aperto a seguito di un primo intervento duecentesco), del sec. IV-V; ai capitelli dei secc. VIII-IX delle navate e della cripta; all’architrave del portale e alle colonnine del sec. X della trifora sovrastante, così come quelle poste a sostegno del sarcofago del Santo. Un’iscrizione riferibile ai secc. IX-X fu murata sopra la porta che immetteva al campanile. In essa si legge: “Ad portam/ venite populi / iubilando venite ” Entrando da questa porta venite genti con gioia venite).

Particolare della navata
Le caratteristiche stilistiche e costruttive comuni, sono qui semplificati nella navata con copertura a botte ribassata, non perfettamente circolare ma ovoide e affiancata dalle navate laterali a crociera. Il presbiterio è isolato dal resto della chiesa tramite l’innalzamento dell’altare attraverso un’alta scalinata e tramite la cesura realizzata dall’arco trionfale posto al termine della scala stessa, sormontato da una bifora. Altro dato comune è l’alta elevazione della navata centrale rispetto alla larghezza della stessa, fatto che ne amplifica ulteriormente la verticalizzazione.

Anche l’interno, come l’esterno, attraverso i secoli ha subito modifiche e manomissioni e nel ‘700 fu tutto ricoperto da una leggiadra decorazione pittorica e da stucchi.

Purtroppo essi sono stati sacrificati in occasione del ripristino integrale effettuato nel 1958, che ebbe il pregio di conservare il monumento che stava andando in rovina e di restituirlo nella sua primaria solennità, anche se oggi risulta eccessivamente nudo e freddo. In origine invece doveva presentarsi decorato di affreschi e di immagini: basti pensare al sopravvissuto paliotto dipinto (oggi nella Galleria Nazionale dell’Umbria in Perugia), destinato probabilmente all’altare della cripta avanti al sarcofago del Santo, dove erano narrate le varie Scene del suo martirio, al di sotto del Cristo giudice circondato di Angeli e di Santi, opera di un maestro probabilmente spoletino della fine del sec. XIII (1290-1300 c.).

Gli affreschi della volta della sacrestia superiore, con la Glorificazione di S. Felice e Scene del suo martirio, del sec. XVIII, sono stati eccessivamente ridipinti in occasione di restauri eseguiti negli anni 1965 e 1967. Le popolaresche Storie di S. Felice e i Ritratti di Santi e Beati agostiniani, esistenti nelle lunette e nelle vele del chiostro inferiore, sono variamente attribuiti: al P. Giuseppe Maria Franciosi di Antrodoco, di cui sembra un tempo si leggesse il nome e la data 1691 (M. Armellini) o a Liborio Coccetti (B. Toscano).

La Cripta
La cripta è a tre navate e le colonne hanno capitelli con figure di animali e motivi vegetali molto rudimentali, riferibili forse all’XI secolo. Non parrebbe che la cripta debba ascriversi a epoca anteriore al resto della fabbrica, si suppone sia della fine del XI secolo, divisa in tre navate con colonne decorate sui capitelli con figure di animali e motivi vegetali molto rudimentali.

Vi si accede da due scalette laterali e possiede un piano di calpestio non molto ribassato rispetto a quello della chiesa. Il fatto di trovarvi più che altrove reimpieghi di frammenti lapidei decorativi antichi è un fatto quasi ricorrente, che dimostra una cura particolare e un impegno ben preciso nel raccogliere in questa parte più recondita e sacra della chiesa, oltre le reliquie dei Santi, anche le reliquie delle costruzioni precedenti, quasi il loro contatto con le prime le avesse in qualche modo impreziosite.

Bibliografia
www.sanfrancesco.com
www.medioevoinumbria.it
Abbazie Benedettine in Umbria di Francesco Guarino e Alberto Melelli ediz. Quattroemme

Abbazia di San Felice
Missionari del Preziosissimo Sangue
Via dell’Abbazia 1
06030 Giano dell’Umbria (Perugia

Tel. 0742 – 90103)