Cultura

Dammi una mano di Raffaella Covino

| Il parere di un esperto, Raffaele Federici |

pubblicato il 07 aprile 2017 12:33:18


La recensione di un esperto. Il docente Raffaele Federici, sul film di Raffaella Covino, Dammi una mano.
All’UCI cinema di Perugia dall’11 maggio.

***
“Dammi una mano, fenomenologia del cinema dal basso” di Raffaele Federici

La vita nelle città di provincia ha un sapore diverso, è ricca di relazioni, e, soprattutto, è affamata di solidità e di passioni e di sentimenti che hanno il sapore del riscatto in un società che, sempre più spesso, viene definita liquida.

I cambiamenti culturali e sociali degli ultimi trenta anni hanno trasformato non solo le grandi città del globo ma hanno profondamente inciso nella vita delle città mediane, di quelle città che sembrano immobili nel tempo.

Perugia, l’Augusta Perusia, sembra immobile, adagiata nelle sue antiche colline, fra l’ipogeo dei Volumni e la severa Porta Etrusca, uno degli accessi alla Acropoli cittadina.

Tuttavia all’attento osservatore mostra cambiamenti radicali. Le strade, le vie i vicoli, continuano, nei mesi invernali, ad essere attraversati dalla tramontana, e, in primavera, da meravigliati turisti del nord Europa o dall’esotico lontano oriente, eppure la città non è più la stessa.
Non lo sono i suoi abitanti, non lo sono le donne, sempre generative, di una generatività legata ai sapori della propria terra ma orientate al mondo che verrà. Si tratta di una ricchezza sociale e culturale sommersa ed è proprio questa ricchezza che fa si che il paese, nonostante tutto, vada ancora avanti, stia in piedi e non si limiti a galleggiare.

La generatività del cinema di Raffaella Covino non è estemporanea, ma ha una sua radice e ha sua una prospettiva progettuale.

Questo è il punto di partenza che ha mosso la mia riflessione e anche il desiderio di condividerla, perché credo che questa cosa succeda appena si scopre qualcosa di bello e desidera raccontarlo a qualcun altro. “Donna non si nasce, si diventa”, così scriveva Simone de Beauvoir1 ne Il Secondo Sesso (1949), uno dei manifesti del movimento femminista novecentesco, prefigurando in tal modo l’idea che le differenze fra uomini e donne siano delle costruzioni sociali, piuttosto che delle ‘naturali’ conseguenze della diversità biologica e così “Registe non si nasce”, si diventa perché solo un impegno costante, un sistema di sentimenti e passioni può dare corpo a un film come Dammi una mano.

Già il titolo del film ricorda la necessità di darsi una mano, di generare insieme, di ricercare una relazione qualificata. Non una qualunque relazione è generativa; lo diventa quando in una relazione, in un progetto, si è capaci di trasformare il vissuto, l’essere e l’esserci, si è capaci di vivere insieme le fragilità che caratterizzano ogni esistenza umana degna di essere vissuta.

Ed è proprio la fragilità del film la sua bellezza. Il racconto cinematografico è fragile proprio perché vissuto, sentito. Ed è la sua fragilità che lo rende bello.

Il mondo della bellezza, dello stupore del cinema, è, in fondo quel mondo in cui accediamo alla possibilità di connettere in maniera sufficientemente buona il nostro mondo interno con il mondo esterno attraverso l’immaginazione, non è un mondo “perfetto”, “completo”, “definito”: appare piuttosto, ed emerge, dalla imperfezione, dalla fragilità, dalla finitudine, dall’incompletezza umana.

Una incompletezza che permette allo spettatore, non solo al critico, di trasformare un turbamento soggettivo in qualcosa di oggettivamente osservabile, in grado di generare una riflessione, un cambiamento.




Raffaele Federici è docente in Sociologia dei Processi Culturali e della Comunicazione presso il Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale dell’Università di Perugia; è scientific advisor presso la Turkish Military Academy di Ankara; è membro del Centre Interdisciplinaire d’Analyse des Processus Humains et Sociaux dell’Università di Rennes – Alta Bretagna e del Centro per la Ricerca sulla Sicurezza Umana dell’Università degli Studi di Perugia. È docente di Sociologia dell’arte presso l’Accademia delle Belle Arti Pietro Vannucci di Perugia. È impegnato in progetti umanitari e di ricerca per la difesa dei diritti delle donne e dei minori in alcune aree del Medio Oriente e dell’Africa sub-sahariana. Fra le sue opere più recenti: Sindrome e culture del costruito (Milano 2016)Michels e Parigi. L’esperienza della città (Perugia, 2013), Sociologie del segreto (Milano-Udine, 2013), Farmacie, farmacisti e anziani. Il farmaco come se la persona contasse (con R. Garzi) (Perugia, 2009)


Newsletter

inserisci la tua mail per ricevere la newsletter delle promozioni, attività ed eventi.