Lo spoils system dei monumenti

"IL PERUGINO” AL SUO POSTO

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Monumento a Perugino

di Paola Gualfetti

Nel dibattito, sempre più necessario, almeno all’apparenza, sulla comunemente nota “rivitalizzazione” dei centri storici, anche il capoluogo umbro, per una sana ripartenza, non può esimersi da un più attento esame di quei “segni” che recano le impronte della storia. Nel tessuto ordito nei secoli, lo sguardo deve necessariamente partire da quella Perugia che, sulla testa, proprio in vetta, ha il suo Corso: Corso Vannucci,e non solo perché vi risiedono le più importanti istituzioni.

Se oggi, soprattutto in pianura si articola la vera vita di ogni giorno, è lì, comunque, che si è segnata la sua storia. Corso Vannucci, una breve strada che, lasciatasi alle spalle i vicoli dei borghi, con le buie cantine e le piccole case sovrapposte, si allarga con le sue abitazioni patrizie fino ad aprirsi, d’incanto, su Assisi, sulla vista inaspettata del Subasio, sulla dolce campagna sottostante, verso il lago.

Percorrendo appunto quel Corso che ha assunto, senza mai alcuna variazione, il nome del suo illustre concittadino Pietro Vannucci, faro di luce nell’arte rinascimentale, alla fine, in un piccolo spazio di verde e panchine, si giunge al monumento in suo onore, ormai ignoto ai più. I perugini, alquanto sonnacchiosi, o forse ancor meglio avari di riconoscimenti, si accorsero di dovergli tributare l’onore del marmo e bronzo solo nel 1874 e la storia di quella statua, e della sua primitiva collocazione, può costituire oggi una sana occasione per un ritrovato amore cittadino.

Il monumento, appena eretto, venne giustamente collocato nel luogo impostogli anche dal nome: nell’omonima strada, attuale piazza della Repubblica, laddove il Corso si fa largo tra i suoi storici palazzi.

Era il 23 settembre 1923, alla presenza del duca d’Aosta. Ma la vicenda del suo trasferimento ricalca quella subita dai più insigni monumenti cittadini, che, con i loro “balletti”, hanno pagato un caro prezzo nel rinnovamento urbanistico e sociale della Perugia tra otto e novecento.

Si comincia da Papa Giulio III. Era il 20 settembre 1899, l’anno di inaugurazione dei tre nuovi servizi pubblici – acqua, luce, tram – che modernizzarono Perugia. In quello stesso giorno Papa Giulio viaggiava anch’egli su puleggie da piazza Danti, allora della Paglia, al suo odierno habitat di piazza del Duomo, certamente – questo sì –  più vicino al suo cuore di Papa, per fare posto al capolinea del tram.

Tocca poi a Garibaldi, ad opera dello “sbrigativo” podestà Giovanni Buitoni. Lì, in piazza del Sopramuro, ove si trovava dal 20 settembre 1887, a suo giudizio era di disturbo e così ne dispose il trasferimento a piazza d’Armi.

E fu rivolta popolare, senza risultato, con una tifoseria, nella Perugia massonica ed anticlericale, del tutto assente per il buon Papa, invece quasi un finimondo che l’eroe dei due mondi non poteva che creare anche da morto. Per il monumento al Perugino, dello scultore Enrico Quattrini, anche la gestazione fu assai lenta.

La prima proposta era stata avanzata nel 1874, anno significativo non tanto per il lago gelato, ma perchè Il 27 settembre, a Perugia, ad opera di un boia (siciliano!), calava sul collo di un giovane parricida l’ultimo colpo di “rasoio nazionale” in Italia.

Ma era anche l’anno della nascita della “Provincia”, settimanale democratico, una vera svolta nella stampa cittadina, per 35 anni da via Bontempi. Da tanto fervore ideale ne discese anche quello del giusto tributo ai grandi di Perugia: in novembre il “Comitato per i monumenti al Perugino e a Baldo” si radunò fiducioso presso la Società Operaia. Ma ancora nel 1901 il bravo Pietro restava a mani vuote, malgrado il gran parlare, tanto che il poeta dialettale Angelini gli mette in bocca questi arguti lamenti : Perché facete fa tanto scalpore/per monumento che nun ho mai sunniato/ve paro n’omo da esse corbellato?/ che forse v’ho chiesto sto favore?”.

Solo al termine di quella guerra che, anche a Perugia, aveva scritto la parola fine alla Bell’Epoque, un così nobile spirito potè avere busto e piedistallo, insieme al Bellavista ingrandito, alle case popolari e per gli impiegati dello Stato, al nuovo cinema teatro Lilli, all’ospedale ed al Manicomio allargati, al nuovo dispensario in via XIV settembre ed al sanatorio alla Pallotta, ai molini e alle filande che crescevano nei Ponti, all’Ateneo più consistente.

Oggi quella possente figura di Maestro, ai cui fianchi bassorilievi in bronzo ne ricordano l’incontro con Raffaello, con il Pinturicchio, con lo Spagna in animata discussione (sull’arte??), da troppi decenni volge le spalle al corso omonimo.

Vero è che guarda lontano, verso il  Trasimeno e quelle colline fissate nelle sue prospettive, vero è che quella statua, pur isolata, ha fatta tanta, tanta compagnia al Palazzo della Provincia e ci racconta storie ascoltate nei giardinetti, amori, nostalgie.

 Ma un così superbo perugino, incluso tra alberi sempre più frondosi, ormai è decisamente troppo in ombra.

Tra qualche giorno Umbria Jazz alzerà il sipario anche da quei giardini Carducci e avvolgerà il Vannucci in enormi elettrici cavi neri, mentre coetanei,  ignari,  si siederanno in ascolto anche sulla testa, perché no, del giovane Raffaello. Pietro di Cristoforo Vannucci, detto IL PERUGINO, torni nella sua piazza, affinchè, scrollatosi di dosso tarli ed escrementi, possa simboleggiare ancora la primazia che ebbe nella storia dell’arte, tenendo alto il nome di questa piccola, grande città.