Rachele Raggiotti trasforma la Carmen

| in una principessa di rango |

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di Stefano Ragni

Che ci faceva quell’altalena sul palcoscenico del teatro Nuovo di Spoleto già dall’inizio di Carmen?
Ovviamente serviva per dondolare Rachele Raggiotti, in tunica bianca, rosa rossa tra i capelli.

Alla fine dell’opera questa altalena, che non è mai stata ritirata dalla scena, cullerà una attonita bambinetta che guarda, forse senza capire, il corpo esanime della bella Carmencita.

Sul praticabile è schierato tutto il coro di voci bianche che fa da spettatore muto all’eccidio, l’innocenza dell’infanzia di fronte alla barbarie del femminicidio.

Ieri, come, troppo spesso, oggi.

La regia di Stefano Monti, sugosa, piena di colore, articolata su un piano visivo di grande impatto, ha tolto alla Carmen di Bizet tutte le scorie di un verismo d’accatto per trasformala in quello che è sempre stata: un’opera raffinata, piena di musica, titolare di arie indimenticabili, un meccanismo spettacolare in continua evoluzione.

Con una sintassi di grande competenza Monti ha usato costumi d’epoca, con fondali coerentemente allusivi, da una Siviglia sghemba, stile Sironi, a una luna immensa, a una testa di toro calata giù sin dal secondo quadro a ricordare che siamo nella Siviglia di Merimée, ma con la visione sanguigna di Hemingway.

Venerdì sera, 22 settembre, il teatro Nuovo, che oggi si intitola alla memoria di Menotti, era pavesato a festa per accogliere un antico successo che non manca di raccogliere pubblico e consensi.

Premiando la scelta di Mchelangelo Zurletti di rischiare su un’operona con voci di giovani interpreti.

Occasione doppia, per questa circostanza, perché si trattava di applaudire una ragazza perugina con la testa sulle spalle e un carattere leale e determinato.

Rachele Raggiotti, un mezzosoprano già ammirata lo scorso anno in Ballo in Maschera, ha vestito i panni della zingara andalusa con aristocrazia e orgoglio trasformando la forsennata e ululante femmina in una altèra principessa di rango.

Con la possibilità quindi di dispiegare la sua voce ricchissima di timbricità su una gamma di effetti sonori di grande complessità, molto variegata nel registro basso, conseguente in quello centrale e svettante in quello acuto.

Con il prevedibile effetto di trasmettere al pubblico del Nuovo quella attonita emozione che colse anche Nietzsche davanti al disvelamento del capolavoro di Bizet, al punto di strapparlo al partito wagneriano per scaraventarlo nel Mediterraneo del sole accecante.

Agguantata la presenza scenica con l’iniziale Habanera, che poi non è di Bizet, ma è un prestito da un oscuro Yradier, non l’ha più lasciata, confermandola nella Sivigliana e rendendola da brivido nella scena delle carte.

Alla sua voce la angosciosa e verosimile testimonianza di cosa passa per la testa, oggi, delle tante povere donne che, non protette dalla legge, attendono con piena e rassegnata lucidità solo il momento di essere sgozzate dallo stolker di turno.

Con un’orchestra dell’OTLIS diretta da un raffinato Laurent Campellone il coro dell’istituzione ha potuto cantare con tutta la ricchezza dei suoi registri, muovendosi con elasticità su una scena semplice per quanto funzionale.

Cambi di costume dal bianco iniziale, al ruggine dei contrabbandieri, al rosso della corrida.

Ottima anche la prestazione della formazioni di voci bianche preparato da Mauro Presazzi, , una presenza che arricchisce le possibilità dello Sperimentale in una gestione di ammirevole autoproduzione.

Il cast complessivo di questa Carmen era di ottima valutazione.
La Michaela di Maria Ragalà, di altissima qualità, ha condiviso con Rachele il compiacimento per una presenza vocale di rilievo.
Il Josè di Max Jota aveva almeno un buon registro acuto, l’Escamillo di Zihao Lin ha evitato i gorgoglii da orso Yoghi e si è posizionato su una credibile eleganza.

Bene il quartetto complementare di Paolo Ciavarelli, Giordano Farina, Noemi Umani e Zdislava Bočkovà. E c’è spazio anche per Luca Micheli e Alessandro Fiocchetti.

L’orchestra ha suonato bene, grazie anche alla competenza di Campellone, attento a evitare luoghi volgari e a conferire alla partitura quella sua appartenenza alla grande tradizione strumentale francese.

Ora il Lirico Sperimentale inizierà la sua breve tournée regionale, tra Orvieto, Assisi, Perugia, Todi e Città di Castello.

La riflessione è una: non abbiamo l’alta velocità, la Centrale Umbra è smantellata e l’aeroporto è ai limiti della funzionalità, ma un ente di produzione lirica di buon livello, quello sappiamo di averlo.

Sarebbe opportuno renderlo più ampio nella sua distribuzione nel territorio, legandolo a fatti e eventi locali e una amplificazione della cronologia degli spettacoli.

Loro ce la mettono tutta, anche con gli appuntamenti con le scuole, tre solo a Spoleto.

A inizio serata è stato anche resa nota la classe che ha vinto il premio di ascolto legato al Ballo in Maschera dello scorso anno. La elementare di San Martino in Trignano.

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Si replica stasera (sabato 23 settembre) alle 20,30 e domani (domenica 24) alle 17, sempre al Teatro Nuovo Gian Carlo Menotti di Spoleto.