Il declino degli Stati nazionali

| Barcellona e non solo |

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di Stella Carnevali

pubblicato il

03 ottobre 2017 11:47:57


Non è un fenomeno di disgregazione, quello degli indipendentisti.
Al contrario, è un andare verso un’aggregazione diversamente intesa.

L’idea, che ancora oggi abbiamo in testa, è quella, e mi limito all’Europa, di Stati nazionali forti, indipendenti economicamente, in grado di essere anche autarchici, se volessero.

Separatisti in Europa

Perché la cultura è sempre conservatrice, quando i fatti vanno da un’altra parte.

Trovo anche inutili tutte le giustificazioni storiche ed economiche che, conferirebbero alla Catalogna una legittimità separatista di serie A, rispetto ad altre realtà.

L’identità patriottica basata sulla lingua, sulla terra, sulla storia che ha permesso tanti Risorgimenti e la riunificazione di Stati, come l’Italia, spezzatino di conquistatori. Ecco quell’ insieme di valori non trova appassionati nella contemporaneità.
Ne vogliamo capire il perché?

Tra il 1300 e il 1440, con la crisi degli imperi e del Papato, diventa forte la necessità di uno Stato nazionale, con la stessa lingua, le stesse leggi, un’economia propria e un esercito forte.
Per il nostro Paese ha termine con l’Unità d’Italia.

Eppure, le bandiere nazionali oggi, sono nell’armadio del museo.

Il Veneto e la Lombardia, o Padania, non starebbero meglio con l’Austria o con la Svizzera? Nessuno in quanto Paesi, ma, in quante aeree contigue e con una cultura comune del fare impresa?

La Liguria non si troverebbe meglio con le zone della Costa azzurra francese formando un unico golfo? Di interessi. E magari insieme alla Catalogna?

Esempi italiani tanto per cominciare un elenco.

Per poi citare i Paesi Baschi, i Fiamminghi del Belgio, la Scozia, L’Irlanda del Nord, la Sardegna, la Corsica.

Quelli che l’hanno già fatto come gli Stati post sovietici dopo il 1991:
Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Estonia, Georgia, Kazakistan, Kirghizistan, Lettonia, Lituania, Moldavia, Tagikistan, Turkmenistan, Ucraina, Uzbekistan e la Russia.

Con varie storie e realtà, non tutte risolte, ma tutte indipendentiste a cui aggiungere la Iugoslavia, la repubblica federale ceca e quella slovacca, la Libia, la Brexit.

Sebbene non siano tutte, sono però troppe le aree che si distinguono da un “prima”, cioè da un appartenenza ad un unico atto e fatto statuale.

Un orizzonte più lungo vedrebbe un’Europa politica unita non da un insieme di Stati nazionali, ma di aree economiche e culturali aggregate per spontanee sinergie e costituzionalmente protette.

Altrimenti è sempre la storia dei cento campanili. E la regina di Inghilterra, di Spagna, Belgio? E i capi di Stato e di governo? Che fine fanno?
Questo pensiero non funziona più.

L’unione fa la forza quando non si sta insieme per forza.

Così che la cooperazione diventi la base dell’economia, almeno per l’Europa, e non la gara al Pil in concorrenza con gli alleati.
Questo sì che è disgregante.