I Baldeschi a Paciano

| Intervista al conte Giacomo |

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particolare della raccolta losito

 di Elia Francesco Fiorini

pubblicato il 19 luglio 2017 11:57:47

Sono a Paciano, verso il limite occidentale della provincia di Perugia, tra il lago Trasimeno, Chiusi e Città della Pieve.

Paese prossimo alla Toscana, realtà collinare, borgo medievale, già consacrato all’antico culto di Giano, ben conservato e fregiato d’esser tra i borghi più belli d’Italia.

Paciano, omen nomen, nemmeno mille abitanti, amena realtà sempre più attenzionata dalla curiosità del viaggiatore internazionale sensibile al fascino autentico che s’incarna sì, nel genius locii, ma che è emanazione antica di un vero e proprio modello di vita e sanezza, quello centro-italiano.

Tuttavia, non sono venuto fin qui per celebrare i recenti capricci di una pop star del momento come Ed Sheeran, che ha ben pensato di far sua una bella proprietà in zona.

Mi trovo invece tra palazzo Baldeschi e palazzo Cennini, alla mescita la Sosta di Giano, nel cuore del borgo, dove incontro il conte Giacomo Baldeschi.

Settantaquattro anni, uomo posato, dai tratti suadenti e dal giovane aspetto.

Conte Baldeschi, anche soltanto il nome del suo casato evoca fatti di lungo corso che hanno interessato con continuità la storia di Perugia, dell’Italia ed anche oltre, basti pensare a personaggi illustri come il famoso giurista e cattedratico Baldo degli Ubaldi, ai cardinali, ai capitani o anche all’imponente palazzo Baldeschi al Corso di Perugia, con i suoi affreschi del Piervittori, tutt’ora sede permanente di mostre e collezioni.

La famiglia Baldeschi, di nobiltà papalina, ha stretto nel tempo legami in modo oculato con altre potenti e nobili famiglie italiane come i Piccolomini, i della Corgna ed i Cennini riuscendo, a anche in momenti delicati come quelli della Perugia del risorgimento, a mantenere in un rigido riserbo la propria continuità.

Conte, come si sente in rapporto a questa eredità?
Vengo da una nobile famiglia molto credente, ma ho ricevuto un’educazione liberale. Ho potuto, fin da giovane, in un’epoca molto diversa dall’attuale, fare esperienze, spostarmi. Anche laddove, nella vita, mi sono trovato nella possibiità di chiudermi in circoli esclusivi, dopo un po’, me ne sono sempre fuggito via.

Ha vissuto sempre in loco?
Ho vissuto a Perugia i miei primi quindici anni e venivo spesso qui, a Paciano, d’estate.
Ho poi avuto la mia parentesi romana, laureandomi in chimica industriale a La Sapienza, per ritrovarmi subito dopo, per lavoro, a Milano, dove ho trascorso stabilmente ben trentacinque anni della mia vita, prima nel settore farmaceutico, poi in quello chimico ed infine in quello della comunicazione. Davvero molte le esperienze professionali, ma, come vero è che ogni esperienza lascia sempre dei bagagli che vien comodo usare, l’aria che si respira qui, a Milano non si respirerà mai. Così, sentivo di voler tornare alle mie radici, alle mie cose, alla mia terra. Da tempo seguo, con mia moglie, a pochi passi dal paese, una ricettività denominata Palazzetta Baldeschi, che offre all’ospite la bellezza che si può desiderare nello splendido isolamento della natura circostante Paciano.

Lavoro a parte, di cosa si occupa nel tempo libero?
Mi diletto di matematica, da sempre mi appassiona risolvere problemi, d’altronde tutta la vita è trovare soluzioni ed un buon esercizio aiuta. Vorrei dedicare, comunque, più tempo, non soltanto ad ordinare e conservare le cose di famiglia, ma vorrei riuscire davvero a trasmetterle, a spiegarle. Una foto d’epoca, ad esempio, non è una semplice foto di costume, ho lunghe catene di ricordi su ognuna di quelle persone lì sopra riprodotte e serve un gran lavoro, nonché molto tempo, per tirare fuori tutto.
Poi, ci si scontra generalmente con due tendenze sulle cose di famiglia: da una parte, si è così legati alle cose domestiche, per via della loro quotidiana vicinanza, che non le si considera nemmeno per quello che valgono, dall’altra invece, e questo accade sempre più alle nuove generazioni, la distanza dalla storia degli oggetti di famiglia porta verso una valutazione esclusivamente economica.
Amministrare e conservare richiedono davvero molto tempo, costanza, impegno.
Ma, i momenti più belli della giornata, a proposito di tempo libero, sono la mattina presto e la sera al tramonto, nella mia proprietà, quando la natura si mostra al risveglio ancora intorpidita, e prima di assopirsi, quando puoi osservare gli animali indisturbati, che si muovono nella boscaglia e spesso, si avvicinano in un magico silenzio.

Ho appena visitato Palazzo Baldeschi di Paciano, ad oggi il palazzo della sua famiglia è sede di diverse attività, di vari uffici, e si presenta come un polo: qui museale, lì aggregativo-sperimentale ed amministrativo. La grandezza delle sale, inserite nella robusta struttura Seicentesca, offre luminosi spazi distribuiti su tre piani.
Sono rimasto colpito dalla presenza di laboratori per la tessitura e da un consistente lascito del pittore Vittorio Losito, romano di nascita, che ha scelto Paciano come residenza d’elezione dal 2004…

Ho deciso, alcuni anni fa, di cedere la proprietà di Palazzo Baldeschi alla Regione Umbria ed ora lo stabile è addivenuto dell’ente, nonché gestito dal Comune. Paciano è sempre stata da generazioni residenza estiva della mia famiglia ed ora, più che mai, abito stabilmente in questo bellissimo borgo, che sento fin dall’infanzia parte di me. Ad oggi, in un certo senso, è ripresa, con una serie di attività artistiche, tra cui corsi di ceramica, tessitura al telaio, una raccolta dati sempre aggiornata sulle attività artigianali che sopravvivono nel territorio, nonché una biblioteca e lasciti pittorici in mostra permanente, quella che sempre è stata la principale vocazione dei piani nobili del palazzo, e cioè, quella di ospitare l’entourage della famiglia e l’economia ad essa connessa, che si spostava da Palazzo Baldeschi di Corso Vannucci a Perugia, fin qui, a Paciano, portando con sé quella serie di attività d’ordine manuale, ma anche più propriamente intellettuale, prerogativa dell’aristocrazia d’ogni tempo.

Immagino che Palazzo Baldeschi di Paciano sia cambiato da quando è entrato in possesso della Regione, ma lei, come lo ha vissuto? Cosa si ricorda? Come era la struttura?
Come dicevo, venivo qui a Paciano per trascorrere la bella stagione. Il palazzo era però vivibile anche d’inverno, mi ricordo ancora la gandissima ed antica caldaia a legna, vicino alle scale, che, con un sistema di tubazioni, unitamente ai focolari presenti in quasi ogni ambiente, scaldava l’aria che sarebbe entrata, ad intiepidire il piano nobile, attraverso delle bocchette poste poco sopra il pavimento d’ogni stanza.
Ovunque quadri, tappezzerie, e delle belle porte massicce, al tempo era tutt’altra cosa, si sentiva che c’era del vissuto e del buon gusto. In soffitta, invece, una specie di cisterna, veniva riempita costantemente con delle brocche di rame ed era l’unico sistema per portare l’acqua ai piani.
Mio nonno, all’indomani della prima guerra mondiale, rese il palazzo centro d’accoglienza per i prigionieri austriaci, i quali, liberamente, contribuirono non poco a migliorare la zona piantando alberi di pino e costruendo viali.
Fu un vero e proprio gesto liberale da parte di mio nonno, che ben interpretò la necessità d’igiene mentale, che vivevano ogni giorno quegli uomini, rinchiusi nel palazzo. Così, ben due viali furono realizzati dai militari austriaci, uno in su la cima del monte Pausillo, lassù, alle nostre spalle, ed un altro lì vicino, sulla cresta di quelle colline in direzione di Moiano.
Quello che non è cambiato del palazzo è invece il giardino, con il suo monumentale albero di agrifoglio, un miracolo della natura, degno di essere censito e tutelato, pensi che quando ero piccolo aveva la stessa grandezza d’oggi, impressionante, me lo ricordo esattamente così, come lo può vedere lei adesso.